Archivio per il 'neogeography'Categoria
Ottobre 4, 2009

Cartolina del troppo lavoro
Già ho mostrato questo ambiente qualche volta su questo blog. Un punto di osservazione verso ciò che sta fuori, una “panchina obbligata “per “passeggiare da fermi” quando si tira il fiato durante un lungo lavoro. Un punto anche dove raccogliere e tenere e mettere insieme e costruire relazioni.
Come dice Georges Perec “ogni appartamento è composto da un numero variabile, ma finito di stanze; ogni stanza ha un numero funzione particolare“. Ogni stanza è definita dalle cose che ci stanno dentro: la camera ad esempio è caratterizzata dalla presenza del letto. La cucina dal forno ecc ecc. Questa è la stanza dalla quale costruire, guardare e pensare altri luoghi. Pensare mondi. Pensando a quanto appena citato da Perec aggiungerei per quanto mi riguarda che in ogni stanza (di numero finito) ci stanno e ci possono stare infiniti mondi.
Saluti da qui
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Maggio 30, 2009



SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.
Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).
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Maggio 16, 2009

Questo palazzo sono io?
Un tempo facevo illustrazioni per una rivista. Costruivo racconti per immagini che cercavano elementi narrativi per descrivere i luoghi. Queste immagini.
Non le faccio più. Era il 2001.

Come brilla l’aria, tanto da dimenticare tutto
Sistemando le cose nelle mie memorie digitali, ora le riscopro e le rileggo con gli occhi di oggi, tempo nel quale si cerca una nuova sostenibilità e una nuova relazione con gli spazi e l’abitare.
Ricordo che pensavo a come brilla la luce nella città, a come si colora in funzione del tempo atmosferico. Vivere Milano con il grigio delle nuvole è un’esperienza difficile da raccontare, ma è vero che quel grigio scalda.

Le città sembrano ormai essere come navi che prendono il largo
Lo spazio è un unico spazio, e il pensiero è un solo pensiero, ma ho sempre diviso spazi e pensieri come stanze di condomini. Il mio abitare lo spazio, gli spazi diversi… era come abitare una città fatta di condomini.
Quando pensavo allo spazio, al tempo, pensavo al mio condominio abitato stanza per stanza, da me e le persone che conosco: la mente crea spazi negli spazi che si riempono di cose e di persone.

Qualcosa ci chiama con urgenza
Dopo tanto tempo penso alle cose che possiedo e che ho accumulato, infinità di libri e cose, immagini e altro. Penso alle stanze che li ospitano. Sono spazi produttivi. Che pensano ormai anche senza la mia presenza (a questo ci pensa l’apparato simbolico che ognuno di noi mette in campo. Tutti i luoghi abitati hanno questa qualità.
Per cambiare una idea devi staccarti dallo spazio che l’ha prodotta. Lo spazio e il pensiero sono uniti in una chiave che è l’abitare (enorme è la letteratura per sostenere questa ipotesi e per questo motivo non cito nessuno).

Come da un diario intimo
Continuando ad andare
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Marzo 15, 2009

Foto-montaggio-souvenir dalla gita su Google Mars (rinnovato in occasione dei 150 anni dell’astronomo Schiapparelli)
Prelude to Space Travel
Within the next 10 or 15 years, the earth can have a new companion in the skies…
Werner Von Braun
Accross the space frontier
Crower-Collier 1953
La conquista dell’inutile
Fitzcarraldo
Al cuoco dei suoi cani! A Verdi! A Rossini! A Caruso!
Don Araujo
A Fitzcarraldo, signore e conquistatore delle cose inutili!
Fitzcarraldo
Werner Herzog
La conquista dell’inutile, Mondadori 2007
anche su:
Fitzcarraldo
1982 Ugo Guanda editore
Prendo a pretesto la nuova edizione di “Google Mars” rilanciata da ieri in occasione dei 150 anni dalla nascita di Giovanni Schiapparelli, lo scienziato italiano che disegnò la mappa di Marte; lo faccio per un pensiero sull’abitare e l’alterità, sulla fantascienza e la tecnologia.
Se la luna ha sempre rappresentato qualcosa come “l’altra faccia di noi”, Marte ha sempre avuto il ruolo di rappresentare un destino, reciproco: o il luogo della nostra umana salvezza futura (in seguito ad un paziente “terraforming”) o, all’opposto, il luogo dal quale i destinati – i marziani – a vivere sulla terra sarebbero arrivati per sconfiggerci .
La nostra esperienza di marte è sempre stata di natura cinematografica (mettendoci dentro pure il Ray Bradbury delle Cronache marziane che ne ha alimentato continuamente l’immaginario) per non dire Hollywoodiana. Il cinema di fantascienza ha una semplice caratteristica: annulla le distanze. L’infinito diventa finito e l’ignoto diventa noto. La fredda immensità dello spazio impersonale, il terrore dell’uomo di fronte all’universo e al vuoto – là fuori – vengono ridotti attraverso la riduzione ad immagine di ciò che è alieno. Il paesaggio dell’infinito viene sovvertito a finito e grazie agli effetti speciali assume un carattere ottimista controllato dalla tecnologia. Google Earth è l’effetto speciale quotidiano che ha annullato le distanze, ha reso note le sequenze di ciò che sta lungo le strade di città a noi aliene, come un dispositivo cinematografico. Lo sgomento e il terrore sono annulati.
Il ritratto che si ha di Marte somiglia ai deserti terrestri costellati da crateri.
Ma il cinema di fantascienza recupera lo stupore nello sguardo delle cose terrestri… “osservando quei paesaggi marini misteriosi, e silenzioni:la sabbia bagnata e scura e la spuma del mare che si frange silenziosamente contro le geometrie bizzarre e indefinibili delle rocce a picco… lo spettatore è costretto a riconoscere, seppure inconsciamente, la pochezza e la precarietà della stabilità dell’uomo, la sua vulnerabilità al vuoto che c’e’ qui come là fuori, l suo isolamento totale, la caducità del suo corpo”* ed il totale interesse degli occhi di madre natura.
In contrapposizione agli altri mondi immaginati creati nei set o ai mondi reali o ai mondi virtuali talmente pieni di tecnologia da sembrare a misura d’uomo sono i deserti e la spiaggia, l’autostrada e la propria casa che ci viene presentata come alterità minacciosa. Quando la terrà che ci ha nutriti ci minaccia siamo davvero perduti nello spazio.
Morale: Google Earth, pure nella “versione” Mars ci rende noti e familiari anche i luoghi più alieni: dal pianeta rosso alle botteghe che si allineano su una strada di Madrid o Pechino; ma può poco contro il nostro perturbamento verso la realtà più prossima. Non ci sono effetti speciali per le nostre paure più profonde.
*Vivian Sobchack Spazio e Tempo nel cinema di fantascienza, Bononia University press, 2002
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Novembre 6, 2008
C’è un aspetto di Rinascimento virtuale difficile da cogliere se si osservano le fotografie su flickr. E’ però nelle parole e negli scritti di Mario: la dimensione sociale dell’arte prodotta in SL. In fondo questa mostra (a fianco dei suoi testi) è il primo fondamentale passo per una storia sociale di Second Life.
A chiusura dell’articolo metto la tenda-comunicativa esposta nella mostra per fornire i primi strumenti di lettura, le chiavi per capirne meglio i contenuti. Un oggetto che fa parte di una serie completa che nessuna fotografia da sola può trasmettere: la tenda con il testo introduttivo di Mario. Tutta la mostra è pensata come una estensione concettuale della rete: la comunicazione non è avvenuta su pannelli museografico, su pannelli didattici, ma è il corpo stesso della mostra. Abbiamo usato la stessa modalità del “mondo” di comunicare attraverso l’ambiente e non attraverso le targhette… ma chi non l’ha ancora vista non può coglierne i valori di novità. E’ una mostra che non può essere giudicata dalle sue fotografie. Come Second Life deve essere vista dall’interno.
Non è una mostra che promuove singoli artisti ma un evento che sta dentro ad una grande narrazione collettiva che è nata in un luogo preciso: Second Life. E’ questa la prima chiave di lettura che differenzia questa iniziativa da qualsiasi altra.
E’ la risposta ad una sfida difficile ed offre un appoggio a tutti i residenti che si sentono parte di una nuova collettività condividendone le basi. Non è la soluzione al problema di lanciare nuovi artisti, individualmente riconosciuti, ma la presentazione di un lavoro che nato in un luogo specifico (di nicchia ricordiamocelo) tenta di farlo diventare universale (rompere la nicchia, dilatarla, allargarla al mondo reale). Trasporre nel reale le cose di second life, come già detto, è paragonabile al Jet-Lag. Tutto cambia. Lo statuto delle cose. Ciò che resta è la dimensione di “mondo”, la dimensione universale della ricerca. L’appartenere ad una idea comune declinata in modo diverso. L’arte dopotutto è sempre stato questo, la costruzione di valori condivisi.

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Settembre 27, 2008
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Febbraio 11, 2008
Oggi Laura inizia il suo corso sul viaggio. Un pensiero a lei.
A tal proposito mi viene da chiedermi se esisterà mai un mal di Second Life analogo al mal d’Africa. Si formeranno delle forme di “nostalgia” verso i mondi virtuali che non siano solo frutto di vertigine compulsiva ma una vera nostalgia per quel determinato luogo, nel senso di luogo antropologico? I luoghi sono importanti, sensibili, loro e rendono sensibili noi. I luoghi contano, ma sempre in quanto luoghi abitati, fatti dal flusso continuo degli uomini, dai gesti. Specie se sono luoghi virtuali. È l’umano che mi interessa. Sebbene gli incontri non siano sempre piacevoli, possono essere anche ostici, metterti in posizione difficile, creare shock culturali. Girando per le land si incontra gente di ogni parte del mondo.

World Map di Second Life
Ma sono poi così differenti i luoghi che si incrociano? Anche Second Life, non è luogo globalizzato? (In fin dei conti ci è nato dentro).
Il pensiero centrale è come devono e possono presentarsi (rappresentarsi e promuoversi) i territori reali al suo interno. E’ un problema legato alla nuova dimensione geografica (la neogeografia) che ormai essendosi spostata sul tema dei contenuti non solo si è virtualizzata ma ha messo indiscussione il valore geometrico sostituendolo con il discorso georefenziale.
A proposito di modelli geometrici per raccontare la geografia, e guardare la mappa che mostra il mondo Linden: il mondo in SL è piatto. Second Life non è Second World. Non è una palla. Non è una Seconda palla. (Ma non è nemmeno la Flatlandia di Abbot). Assomiglia al mondo per-colombiano.
Saranno finiti i bordi o crescerà senza limiti come le città Sim? Ho navigato talvolta senza l’uso del Search, solo in punta di mouse e “clic” sulla Map.

World Map di Second Life
Ma non ho ancora sperimentato i bordi. Solo l’inland di Second Life. Come capita nel mondo reale, alcuni non ti danno il permesso di ingresso, la Visa. Altre volte ti invitano ad uscire entro 15 secondi.
Non ha alcuna relazione geometrico spaziale con il mondo reale, ma ne imita alcune forme di governo e di aspetto. Alla lontana mi ricorda un poco l’isola su Solaris, di Tarkovskijana memoria.
Il film era un incrocio di pensieri sulla scienza e sulla natura dell’uomo che si esprime con la capacità creativa (artistica e non solo). Nel film rivendica il valore dell’arte contro la fede assoluta della scienza: attraverso la crazione artistica l’uomo si appropria della realtà attraverso un’esperienza soggettiva. Mi sembra che come definizione finale possa essere perfetta: sono gli abitanti, con i loro progetti a dar forma ai contenuti delle Land. A fare materializzare il loro proprio pensiero in SL. Dopotutto ogni avatar si porta dietro comunque un pezzo del suo proprio mondo e tende a manifestarlo intorno a se dando forma ai desideri.

Andrei Tarkovskij, Solaris, Mosfilm (1972)
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Gennaio 10, 2008
Il titolo sembra una bestemmia ma in italiano suonerebbe molto differente e distante dal significato. Questo per introdurre il tema.
Ci sono alcuni pensieri da verificare che ruotano intorno a questa palla e alla sua descrizione, la geografia, oggi neo.

Alcuni pensieri: la geografia a nuvole (tag-geography o neogeography 2.0) permette all’utente del sistema di aggiungere le sue informazioni, diventando autore, storyteller. Anche io l’ho fatto: ho la mia pagina in Panoramio e lì ho messo le mie foto. Una scelta tra tante. Inizialmente era un gioco, poi ho capito che poteva essere un progetto (ogni progetto è un gioco per chi lo governa). Ad esempio il mio progetto su Google Earth ibridato con Panoramio (mash-up) è stato quello di collocare sulla grande mappa-satellitare le foto dei luoghi (edifici, spazi) attualmente “politicamente scorretti” e comunque non più in regola con il pensiero dominante: l’hotel Rossja di Mosca (oggi demolito per lasciare posto ad un enorme intervento immobiliare nel centro di Mosca), ciò che restava della Sovietische Architektur a Dresda ecc… Quelle immagini dei luoghi restano sulla carta come memoria visuale e raccontano le storie periferiche di quei luoghi. Questa outsider-geography si fa portatrice di racconti marginali, abbandonati, poco importanti per la contemporaneità dominante ma che comunque sono sempre parte della storia dei luoghi.

Dresden, edificio degli anni 70 in stile sovietico. Al tempo della foto era già abbandonato ed esponeva alla sua base i progetti dell’edificio che lo sostituirà.
Ball of being, da Beautiful world Mieke Gerritzen
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Gennaio 10, 2008
Lo stesso blog nel quale scrivo ne è una testimonianza: la fiction è stata sostituita dal racconto della realtà. Memorie, biografie, diari e racconti di vita riempiono le pagine del digitale. Il digitale stesso più abitato, second life, talvolta ne è uno specchio.
Anche io da tempo raccolgo storie legate all’abitare i luoghi. Faccio collezione di questi racconti anche a fini didattici: in un’epoca nella quale si è dichiarata la fine delle grandi narrazioni, come tanti, raccolgo storie, eventi fatti particolari apparentemente senza senso e senza una funzione. Tutti parlano di luoghi, spazi ed architetture. Non dicono questi racconti come si deve progettare una città o come ci si deve vivere, o ancora come si deve disegnare una architettura. Per me che li raccolgo, quanto meno servono per capire cosa sono le città e gli edifici in realtà, ancora meglio cosa significa abitarci dentro e intorno. E’ un modo distratto di guardare ai luoghi. Solo così, distrattamente, se ne capiscono i veri contenuti e ci si distrae dai problemi della forma.
Apro con questo post un altro argomento: visioni periferiche.

Roadside america: Quartzsite; una città che conta all’anno 2 milioni di “abitanti” in movimento.
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Gennaio 6, 2008

“During long period of history, the mode of human sense perception changes with humanity’s entire mode of existence”. Questo scrive Walther Benjamin nel 1936.
Il discorso è chiaro. L’incipit vale per tutti i post, non solo per questo.
Nel mio lavoro uso spesso il confronto tra due immagini perchè nella relazione e nel dialogo la “sostanza del discorso” si svela con maggiore efficacia. In questo caso propongo un doppio confronto: tra “prime foto” e due “nuove” tecnologie della geografia.
Primo confronto: la prima foto di Joseph Nicéphore Niépce del 1826, Vista dalla finestra a Le Gras, e la prima foto della terra dallo spazio (anche se parziale) scattata da una V2 nel 1946.

Entrambe le immagini, piene di grana, si presentano come fossero state realizzate dallo stesso apparecchio. Sono due foto materiche, da “toccare” per sentirle vere, reali.
Sono due atti fondativi, che hanno bisogno di mostrarsi come vere e nuove. E’ la natura della fotografia quella di presentarsi sempre come vera, nonostante abbia sempre bisogno di parole che la inquadrino dentro ad un contesto per fissarne il contenuto: autoritratto, foto panoramica, ecc…
Chiude qui un discorso che altrimenti sarebbe lunghissimo.
Secondo confronto: Google Earth, Second Life.
Ho commentato un post di Giovanni il giorno di natale dove gli dicevo di un esercizio che avevo fatto di lettura doppia di due sguardi particolari. Diviso lo schermo in due porzioni navigavo contemporaneamente in Second life e in Google Earth cercando anaologie.
Questo è il risultato:



In entrambi casi, il Darfur, ci viene raccontato per quello che vi accade: un massacro.
La geografia, nel senso appunto della descrizione della terra, e la neogeograhy hanno molti e diversi strumenti che permettono di annotare sui suoi supporti informazioni, argomenti, tag. Non solo: come vediamo lo stesso mondo digitale diventa in qualche modo “concreto e analogico” facendo da specchio a quello reale. Questo solo per introdurre un tema: muoversi dentro il digitale (nelle sue geografie e con i suoi strumenti) con tutti i sensi e le sensibilità. Anche guardare, osservare, è un progetto.
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