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guardare gli altri che guardano 002. museo/scena del Metaverso. musei in Second Life

Febbraio 16, 2008

Senza troppe parole

Quanto detto per i musei in real life funziona ugualmente nei musei di second life? Lo sguardo e la visione hanno lo stesso valore?
C’è una profonda differenza innanzitutto: la piattaforma Linden innanzitutto uniforma il linguaggio, la “tecnica”, di tutto l’insieme in quanto è la piattaforma la “tecnica” (quando le immagini non sono importate in Jpg ma le opere sono prodotte direttamente in SL). Ovviamente ho usato qui la parola “tecnica” intesa come quella serie di operazioni utili a produrre l’arte: insieme di materiali e abilità.
Opere e corpi (avatar) si fondono così naturalmente in una unica visione che amalgama, include. E’ una delle prime evidenze della dimensione immersiva di Second Life. Come fa notare anche Velas di una immagine che le ho scattato che ha cambiato la sua visione di quell’opera di Milla.

L’occasione per fare questo ragionamento è il vernissage della ricerca fotografica di MillaMilla Noel al museo del Metaverso, un’insieme di autoritratti e “pensieri visivi” sulla femminilità in SL. La pantomima sopravvive anche qui come nella Real Life. Roxelo Babenco in questo ha centrato un obiettivo: costruire un museo (in continua evoluzione) come teatro, scena dove rappresentare, oltre che presentare, l’arte di second life.
Sarei curioso di saper cosa ne pensano Laura e Liu.

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MillaMilla (vista di spalle) espone al Museo del Metaverso

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Guardare gli avatar che guardano nel Metaverso

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Guardare gli avatar che guardano nel Metaverso

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autoritratto nei panni di un altro. MIO MAO. riti contemporanei

Febbraio 15, 2008

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MIO MAO, primo maggio 2001. Autoritratto. © Fabio Fornasari

Oggi a Milano, allo spazio Triennale Bovisa, inaugura una bellissima mostra di Anselm Kiefer sulla sua visione di Mao. Da vedere assolutamente.
Non potevo non parlare, data l’occasione, della mia visione di me in forma di autoritratto nei panni di Mao.
Sono passati ormai sette anni da quando ho fatto il primo MIO.
Farsi un autoritratto è un rito attraverso il quale siamo passati tutti.
Il Mio è un progetto di autoritratti in forma di piccoli libretti quadrati da tenere in tasca.
Ritrarsi nei panni di qualcun altro ha un senso che che è legato al volersi rappresentare. Normalmente un autoritratto è un cortocircuito della propria visione (io guardo me che mi guarda). In questo caso era un poco come compiere un rito sciamanico: chissà se qualcosa di lui entrerà in me. Un delirio di potenza dopotutto (o il suo desiderio espresso e rappresentato).
A differenza di uno specchio, un nostro ritratto - una fotografia - ci mostra per quello che siamo (quantomeno in apparenza). Lo specchio ci mostra di noi sempre una immagine simmetrica. L’autoritratto fotografico no. Presuntuosamente ci mostra per quello che siamo. Una pura illusione, ovviamente. La presunzione di verità della fotografia è sempre stata confutata dalla pratica stessa della fotografia: raramente ci riconosciamo nella fotografia che ci viene fatta.

Nel suo saggio Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico, Maurizio Giuffredi scrive: “la costatazione dolorosa che la rappresentazione fotografica non può mai rappresentarci, che non può esserci mai visione oggettiva ma ancora, sempre e soltanto, visione soggettiva, un po’ come nell’arte in generale, può portare a liberarsi definitivamente dal problema dell’oggettività per cercare, nell’autoritratto soprattutto, non tanto un’inutile fedeltà fisiognomica, ma significati profondi legati al vissuto e alla poetica di chi si fotografa. E dal momento che la fotografia è democratica, diversamente dall’arte, generalizza questa constatazione dolorosa e rende ognuno di noi in grado di condividerla.”*
*pag 129. (Maurizio Giuffredi, Preliminari a una psicologia dell’autoritratto fotografico, in: a cura di Stefano Ferrari, Autoritratto, psicologia e dintorni, Clueb, 2004)

aprire la porta. beginnings of EVA. sguardi su due panorami 002

Febbraio 6, 2008

The begininnigs of EVA (extra-vehicular activity): opening the door.

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Non so se deve essere sempre così ma sembra che per ogni “prima volta”, nella fotografia, si debba avere sempre un visione disturbata, incerta. Lo avevo mostrato già qui.

Il 18 marzo del 1965, quarantatre anni fa, il cosmonauta russo Aleksey Leonov lasciò la navicella spaziale per fare la prima passeggiata umana nel cosmo. L’immagine d’apertura è la prima foto conosciuta (in occidente) di un cosmonauta che cammina nello spazio e che poi è stata pubblicata in una rivista americana del 1976 riprodotta qui sotto.

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Space world, The magazine of space news, Febbraio 1976. Vol. M-2-146
(foto di copertina dell’agenzia spaziale sovietica TASS-APN)

La rivista apre con una titolo davvero d’effetto e preciso nell’esporre un’idea chiara: the begininnigs of EVA, opening the door (trad.:l’inizio delle attività extra-veicolari: aprire la porta).
Per 4 anni cosmonauti e astronauti hanno attraversato il cielo continuando a “cadere” (il volo nello spazio è una lenta caduta) verso il rientro programmato. Uscendo verso l’esterno (compiendo l’eva: extraveihicular activity) per la prima volta si sono fermati, hanno segnato il passo. Hanno fatto il “picinic (solitario) lungo il ciglio della strada” (magari pensando ad Arkadij e Boris Trugaqrskij di Stalker). E’ vero che l’ambiente terrestre è sempre presente, protetto dentro le tute collegate alla cabina, ma la stessa tuta non è più sulla Vostok; è messa lì sul ciglio della strada assiem al cosmonauta. La foto pubblicata più sopra sembra lo scatto preso dallo specchietto retrovisore (in realtà è lo scatto fatto ad un monitor).
Nello stesso articolo dove viene pubblicata la foto di Leonov, compare anche la foto del primo astronauta americano. la mostro qui sotto:

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La foto è di tre mesi dopo (sembra passato molto più tempo però). Come recita la rivista, per tutte le immagini riprodotte qui sopra: Photos courtesy of Nasa.

Un’altra foto:

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Questa è nuovamente una “prima immagine” pubblicata questa volta nel mondo sovietico; tratta da K Zvedzam (trad.it.:verso le stelle) un libro non troppo interessante dal punto di vista del viaggio nel Cosmo ma mostra bene il lavoro collettivo a terra. Del 1986 pubblicato da Izdatelstvo “Planeta” Moscva 1986 (trad.it.: Pubblicazioni Planeta, Mosca, 1986)

Di questi due eventi oggi si possono trovare molte immagini anche di qualità sul web. Tra le altre queste due miniature molto nitide. A differenza della altre non lasciano molto spazio a fantasie o a racconti. Forse è questo il motivo per cui lanciano le “prime immagini” se ne trattiene l’immagine chiara in cambio della visione?

Ed white, Nasa in basso a sinistra; Aleksey Leonov, Agenzia Spaziale Sovietica, in basso a destra

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mash-up ID: fototessera second life + real life. autoritratto collettivo 002

Gennaio 28, 2008


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autoritratto collettivo: Io e Asian, real life e second life © Fabio Fornasari

Le mie orecchie ultimamente risuonano di parole come social network, nella versione italiana reti sociali, social bookmark, ecc… E la fotografia sociale?
Stasera in unAcademy ho “appeso al muro” il mio ritratto da avatar che già ho pubblicato (ormai una vera fototessera del mio avatar), qui e qui. Non sono stato l’unico:
Velas, Monica, Juni, Deneb, Eliver, Night, Clarita, Sunrise, Joannes, Liu, e altri ancora arriveranno… siamo lì appesi con le nostre “fototessere”.
Un tempo portavano il nome di “fotografia concerned o sociale“: “Fra i servigi utili che rende il ritratto fotografico bisogna annoverare quello sovrano per la facile identificazione delle persone. In questa parte si può dire sia pervenuto ad una necessità sociale,…” ( da: Carlo Brogi, Il ritratto in fotografia, Firenze 1846)

Citazione colta da un Libro che viene da un tempo non troppo digitale: Storia sociale della fotografia di Ando Gilardi, Bruno Mondadori, 2000

P.S: quale sarà il ritratto collettivo di unAcademy?

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Steefano, Monica, Asian, Junikiro, Clarita, Velas e Deneb. Alcuni degli avatar “appesi”.
Sotto: in primo piano Joannes a fianco Eliver, Sunrise, Fabius, Giovy e gli altri.

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Venere su Marte o Rorschach nello spazio? pregiudizi visivi e cronache marziane

Gennaio 24, 2008

“Questa donna su Marte fa impazzire Internet”
Titolo dal portale www.Messaggero.it del 24 gennaio 2008

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Sandro Botticelli (Firenze 1445-1510)
Venere e Marte - 1483 ca. - tempera su tavola - cm. 69 x 173 - Londra, National Gallery

Quanto accade da alcune ore sul web ci parla molto bene del nostro modo di guardare. Forse i marziani sono tutti psicanalisti e ci stanno analizzando con le macchie di Rorschach. Quando si dice il caso. Proprio ieri, il 23 gennaio, scrivo di fotografie e di quanto siano difficili da leggere, conoscerne i contenuti, Poi leggo sul 24′ (freepress del Sole 24 ore), di una foto scattata su Marte dove sembrerebbe riconoscersi la figura di una persona.

Se sia donna o uomo poco importa ma questo già la dice lunga sui nostri pregiudizi: solo perché sembra essere una persona con abito lungo si dice che sia donna: forse le “maison” decidono come ci si veste anche su Plutone e Giove?
Sarà, forse, per i capelli lunghi? Dagli anni 60 in poi non misuriamo più l’appartenenza di genere a centimetri di capello.

Le interpretazioni che si leggono sui vari giornali, pagine web, ecc… mi suggeriscno di ricordare un aspetto della ricerca che rivela un difetto: continuare a cercare ciò che già si conosce è un limite alla conoscenza stessa. Con un poco più di fantasia si potrebbe vedere, in quell’ombra, un sasso di Munari. un elefante a zampe all’aria, o un avatar che balla in second life. Ufologi, scientolo, cattolici, scienziati, idealisti: chiunque può vederci quello che vuole.
Forse ha solo ragione la Cameron con il suo libro The myth of Mars and Venus (il mito racconta di Venere che scende su Marte e del trionfo dell’amore); Deborah Cameron mira a rompere altri tipi di pregiudizi, non visivi ma legati alla lettura dei comportamenti dei sessi e delle identità di genere: il pregiudizio del Marte taciturno, furente e guerriero e la donna-Venere logorrica, sentimentale tra le nuvole.

cultura (non) visiva? - politica della fotografia

Gennaio 23, 2008

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Pensando a quello che si legge e si vede in giro, continuamente.

Oggi ho in mano un libro: Politica dell’immagine di David Levi Strauss della Postmedia Books. Mi è caduto l’occhio su questa frase di Roland Barthes del 1977: “Non è molto appropriato parlare di civiltà dell’immagine, siamo ancora, e più che mai, in una civiltà della scrittura, visto che la scrittura e il discorso continuano a rappresentare i caridini della struttura informativa” (Roland Barthes, Image-Music-Text. 1977)

Da qualche anno ho occasione, presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, di ragionare su temi quali: gli archivi di fotografia, le immagini e la necessità di associare testi a queste fotografie (che ancora hanno bisogno di essere fissate nei contenuti da parole).Guardare le immagini è un poco un modo per riscoprirne le storie, i racconti che si nascondono all’interno. I testi servono per guidare questa lettura, per individuarne la storia più vera perchè “la macchina fotografica è capace di mentire come la macchina da scrivere” (B. Brecht).

Richard Cross, un fotoreporter “idealista” ucciso all’età di 33 anni al confine tra il Nicaragua e l’Honduras nel 1983, scriveva nel 1981: “…i fotografi dovrebbero prendere l’iniziativa di avere più controllo su come vengono utilizzate le proprie foto e dovrebbero essere più interessati a come le loro foto vengono contestualizzate quando si raccontano dei fatti, a come si combinano immagini e testi”. Il suo “idealismo” era legato all’idea che il fotogiornalismo, se fatto in profondità e non per mercificare le guerre nostre o degli altri, come spesso accade, potesse risolvere le guerre.

Immagine sopra: riproduzione di una pagina del volume di Lucia Annunziata, Bassa intensità, Feltrinelli 1990