Archivio per il 'dispositivo'Categoria
Maggio 30, 2009



SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.
Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).
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Dicembre 12, 2008
Fotoracconto della serata

Ugo Cornia, ha scritto, legge e parla della…

… Apecar di Luca Pancrazzi che si trova nella sala alla sua destra e dell’opera di…

… Daniela Comani che pure si trova lì vicino e come l’altra di prima non è vista da chi ascolta… C’è che si alza e le va a ri-conoscere.

E’ dentro al Museo, Ugo Cornia; lui racconta le opere, tutti lo ascoltano,…

… mentre lui sta parlando dentro ad un’altra opera della quale non parla ma che usa o dalla quale è usato: Impression di Massimo Bartolini
Ugo Cornia ha svolto il suo compito di “illuminazione” della collezione del museo lavorando su tre opere: l’”apecar” di Luca Pancrazzi il “teatrino” di Eva Marisaldi e il lavoro “Sono stata io, diario” di Daniela Comani. Ha compiuto il suo percorso imponendo delle continue svolte di senso in chi lo seguiva: parlando di alcune caratteristiche dell’opera, focalizzandone alcuni aspetti, ha portato il lettore passo dopopasso ad effetti di sorpresa spostando la lettura da una dimensione poetica a quella narrativa. Ha arricchito la dimensione poetica di ogni singola opera di una dimensione di racconto che gli ha permesso di compiere un lento cammino verso il profondo delle opere. Dall’apecar “Cinghiale”, passando per il “giocattolo” teatrino si è soffermato a lungo sull’opera-diario di Daniela Comani e sulla sua mio-storia contenuta. Citando il George Perec di Pensare/Classificare e la Catalogazione degli animali “Emporio celeste di conoscimenti benevoli” dall’enciclopedia cinese di Jorge Louis Borges, ha condotto il visitatore dentro l’opera di Daniela Comani costruendo dei percorsi basati su espedienti narrativi. L’opera consiste in un diario che riporta alla prima persona singolare avvenimenti della storia dell’uomo. Storia politica, il terrorismo, la conquista dello spazio, ma acnhe fatti di cronaca, accidenti naturali ecc. Allineati a partire dal 1 Gennaio, saltando di anno in secolo, ed essendo stata, re, regina, assassina, vittima, termina con il 31 dicembre dove con la sua fuga come Batista da Cuba “…Finisce così il mio regime”.
In collegamento con: http://www.zerogikappa.it
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Dicembre 7, 2008

Collezioni mai viste atto secondo: due personaggi, Peppino e Sante, narrati dal vivo dai due artisti, Ottonella e Nicola.
Per la seconda serata di “sperimentazioni” sul non-visivo i due artisti Ottolina Mocellin e Nicola Pellegrini hanno riproposto l’installazione-film La città negata, offrendo dal vivo la lettura pubblica dei testi e allo stesso tempo presentando dal vivo i due personaggi protagonisti di questa storia: Peppino e Sante. E’ una narrazione doppia che ci racconta la storia di due amici che, conosciutisi in età adulta, mettono a confronto la comune esperienza della cecità, dei luoghi vissuti, dello studio e del lavoro. L’opera dei due artisti era già stata mostrata nel museo MAMbo per lungo tempo nel corso del 2008 (l’opera è parte della collezione del museo) ma in questa serata ha assunto la forma specchio: i due “attori-autori-artisti” e dall’altro i due personaggi-protagonisti-ciechi”. I due interpreti e i due interpretati hanno così costruito un doppio confronto tra i loro vissuti: nella vita raccontata dal film e come identità incorporate nell’opera. Nel senso: il confronto tra Sante e Peppino come persone che “dialogano” nel film e il loro rispecchiarsi nella loro storia raccontata dagli artisti.
Questa è una chiave di lettura dell’opera presentata dagli artisti nella serata al MAMbo. Un gioco di specchi continuo che ha sottolineato questa natura dell’opera d’arte come specchio della vita, altra componente non-visiva dell’arte. Uno specchio che permette di guardare le cose con altri occhi, anzi in questo, caso senza il loro uso e quindi della vista.
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Dicembre 4, 2008

La prima serata con Paolo Nori alle “Collezioni mai viste” non poteva non essere interessante. Saggi del suo modo di costruire il pensiero e di raccontarlo attraverso la lettura li si possono incontrare sul podcast di Radio feltrinelli (per tacer delle numerose uscite in libreria).
Come promesso, parlando di John Cage, di Malevic, di Gaspare (suo nonno) e di tanti altri, Paolo Nori ha costruito un discorso senza cadute che l’ha portato a chiudere dicendo che elemento non-visivo del museo è l’aura che si costruisce intorno all’idea stessa di museo. Passaggio fondamentale nella costruzione del suo discorso è stata la lettura di un passo da Viktor Sklovskij sul tema dello straniamento il quale ci ricorda che “per risuscitare la nostra percezione della vita, per rendere sensibili le cose, per fare della pietra una pietra, esiste ciò che noi chiamiamo arte. Il fine dell’arte è di darci una sensazione della cosa, una sensazione che deve essere visione e non solo sensazione.” (da Una teoria della prosa, Ed. Garzanti) Lo straniamento funziona nel presentare le cose abituali in un modo differente: il linguaggio poetico e il linguaggio artistico hanno la comune peculiarità di liberare l’immagine dalla percezione consueta, rompendo gli automatismi del linguaggio e alterando la presentazione dei materiali che ne compongono il prodotto finale. Lo straniamento è una procedura artistica tra le più importanti perchè produce una nuova visione dell’oggetto. Nori, attraverso questo suo modo di costruire il percorso narrativo, ha messo in pratica lo straniamento , ricostruendo intorno a noi il valore auratico del museo. L’aura che si respira nei musei è componente fondamentale dell’esperienza estetica e può rispondere a questa domanda per niente semplice: perchè i ciechi dovrebbero andare in un museo d’arte?
Una concessione personale: questo suo discorso mi ha ricordato la mia prima lezione da studente all’università di Firenze (1985): Luis Prieto semiologo. In quella Prieto parlava dell’opera “non-auratica” e di Benjamin (citato dallo stesso Nori): se esistesse una macchina capace di riprodurre tecnicamente un’opera in tutte le sue componenti materiali, ciò che potrebbe distinguere la copia dall’originale sarebbe solo una cosa immateriale, l’aura; una cosa non visibile o riconoscibile alla vista ma solo in una dimensione concettuale. In qualche modo, quella lezione, mi ha fatto conoscere il pensiero di Benjamin all’interno dell’aura stessa di Prieto (un pilastro della Semiologia) e anche successivamente non posso non pensare a quel pomeriggio ogniqualvolta sento le parole Aura, Benjamin e Prieto.
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Tags: collezioni mai viste
Novembre 10, 2008

Da tempo mi occupo con Maurizio Giuffredi (docente di psicologia dell’arte) e con Fernando Torrente (psicologo non-vedente) di progetti, di natura sperimentale, che intendono dilatare e diversificare le possibilità di accesso al museo, esplorando ambiti inventivi e discorsivi comuni a vedenti e non vedenti. Dal 27 novembre 2008 al 15 gennaio 2009, ci sarà un ciclo di sette serate-incontro che sonderanno quegli aspetti degli ambienti e delle collezioni del MAMbo percepibili anche senza l’uso della vista. Il MAMbo è il Museo d’arte moderna di Bologna che ospita questo evento con il supporto economico della fondazione Unicredit e il competente supporto critico e organizzativo della conservatrice Uliana Zanetti e tutto lo staff del museo (in testa a tutti il direttore Gianfranco Maraniello che ringrazio).
Il progetto, intitolato “Collezioni mai viste” si avvale della partecipazione di sette autori, uno per ciascuna serata, provenienti da diversi ambiti creativi, che proporranno interventi appositamente ideati o rielaborati per l’occasione:
27 novembre 08 … Paolo Nori, scrittore,
4 dicembre 08 … Ottonella Mocellin/Nicola Pellegrini, artisti,
11 dicembre 08 … Ugo Cornia, scrittore,
18 dicembre 08 … Salvatore Sciarrino / Lost Cloud Quartet concerto
23 dicembre 08 … Carlo Cialdo Capelli, installazione musicale
8 gennaio 09 … Giacomo Verde, performance
15 gennaio 09 … Stefano Bartezzaghi, enigmista.
Il MAMbo si propone come uno spazio di incontro e di scambio; i sette autori sono stati invitati a raccontare il museo e le collezioni utilizzando le loro parole, la loro sensibilità, lasciandosi ispirare dalle collezioni stesse interpretate come muse: ogni autore offrirà la sua esperienza del luogo e della collezione attraverso interpretazioni originali che non presupporranno la visione diretta delle opere, pur accogliendo il pubblico nelle sale espositive. E’ comunque una ricerca di un piacere: di conoscere e di incontrare
Questi incontri permetteranno di concentrare l’attenzione sul lato non-visivo dell’arte, che dalle avanguardie a oggi ha assunto un’autonomia sempre maggiore e che, talvolta, si manifesta in modo esclusivo. Lo sviluppo di una specifica abilità, allo stesso tempo corporea e mentale, che alcune opere richiedono, permette di ritrovare un sapere e un sentire extravisivi che hanno fatto parte del nostro passato più lontano e che il primato pervasivo di una vista intesa come strumento unico di conoscenza ci ha portato a smarrire.
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Novembre 6, 2008
C’è un aspetto di Rinascimento virtuale difficile da cogliere se si osservano le fotografie su flickr. E’ però nelle parole e negli scritti di Mario: la dimensione sociale dell’arte prodotta in SL. In fondo questa mostra (a fianco dei suoi testi) è il primo fondamentale passo per una storia sociale di Second Life.
A chiusura dell’articolo metto la tenda-comunicativa esposta nella mostra per fornire i primi strumenti di lettura, le chiavi per capirne meglio i contenuti. Un oggetto che fa parte di una serie completa che nessuna fotografia da sola può trasmettere: la tenda con il testo introduttivo di Mario. Tutta la mostra è pensata come una estensione concettuale della rete: la comunicazione non è avvenuta su pannelli museografico, su pannelli didattici, ma è il corpo stesso della mostra. Abbiamo usato la stessa modalità del “mondo” di comunicare attraverso l’ambiente e non attraverso le targhette… ma chi non l’ha ancora vista non può coglierne i valori di novità. E’ una mostra che non può essere giudicata dalle sue fotografie. Come Second Life deve essere vista dall’interno.
Non è una mostra che promuove singoli artisti ma un evento che sta dentro ad una grande narrazione collettiva che è nata in un luogo preciso: Second Life. E’ questa la prima chiave di lettura che differenzia questa iniziativa da qualsiasi altra.
E’ la risposta ad una sfida difficile ed offre un appoggio a tutti i residenti che si sentono parte di una nuova collettività condividendone le basi. Non è la soluzione al problema di lanciare nuovi artisti, individualmente riconosciuti, ma la presentazione di un lavoro che nato in un luogo specifico (di nicchia ricordiamocelo) tenta di farlo diventare universale (rompere la nicchia, dilatarla, allargarla al mondo reale). Trasporre nel reale le cose di second life, come già detto, è paragonabile al Jet-Lag. Tutto cambia. Lo statuto delle cose. Ciò che resta è la dimensione di “mondo”, la dimensione universale della ricerca. L’appartenere ad una idea comune declinata in modo diverso. L’arte dopotutto è sempre stato questo, la costruzione di valori condivisi.

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Settembre 4, 2008

LA BATTAGLIA TRA CULTURA ALTA E CULTURA BASSA E’ FINITA
NOI SIAMO I PRIMITIVI DI UNA CULTURA ANCORA SCONOSCIUTA
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Giugno 11, 2008

Lucania nella Cristallball
“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono.”
José Saramago da “Viaggio in Portogallo.
Progettare (prevedere, prefigurare, proiettare…) è una attività simile a quella del viaggiare.
Come nel viaggiare occorre una predisposizione a permettere che le traccie percorse ci conducano verso mete che ancora non si conoscono, se non all’interno di visioni e di parole che risuonano nella testa.
“Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. “Bisogna vedere quel che non si è visto”
Ogni progetto assume una ribellione contro ciò che sono. Ogni progetto è una partenza, una ri-partenza. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.



Preview della SIM per Lucania precedenti qui e qui
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Maggio 1, 2008

Da qualche giorno ho provato a collocare la Skin Tower in una land desertica. Lì ha assunto una nuova dimensione, Legata al paesaggio. Il paesaggio, anche se solo evocato da una sua immagine, ha il potere di nutrire l’”anima” e di nutrirla non in un qualsiasi modo ma rendendola più grande di come è nella routine del quotidiano. Rendendola più grande è resa più se stessa perché la sua dimensione naturale è l’apertura e l’immensità.
Parlo di una immagine di paesaggio, ma questa immagine evoca, rimanda ad una spazialità per me nuova associata a questo oggetto, che si comporta dentro la “dimensione” “virtuale” (le dimensioni spaziali e temporali) come una “sonda”; è come un “termometro” che misura (per me) il grado di immersività e di incorporazione all’interno di questo spazio. La skin tower è un poco come un altro mio avatar, che misura lo spazio e il tempo. Skin Tower non a caso: una “pelle” sensibile dentro a Second Life… una mia seconda pelle, sensibile, che mi parla di uno “sguardo” tutto da coltivare.
Se internamente lo spazio è ancora meditativo esternamente ha assunto una dimensione contemplativa. Lo SLURL (l’indirizzo) o trovate anche nella colonna del Blogroll alla vote “Il mio studio in Second Liife” (ulteriore passo dentro la dimensione di SL).

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Aprile 13, 2008

Rimuovere le proprie cose fa bene.
Oggi ho “demolito”, “rottamato” (in cambio di recuperare il numero di prim a mia disposizione) quanto avevo costruito sulla mia piattaforma (Cantiere Lednev) il giorno di Pasqua (mi riferisco alla piattaforma per costruzioni in Post Utopia -Second Life). Nulla di che, ma l’atto simbolico della demolizione non è meno potente dell’atto simbolico della fondazione.
Nello stesso momento leggo una recensione sul blog di Mario Gerosa. Si pone il problema della conservazione delle “cose” realizzate nei mondi virtuali (termine non condiviso da molti) e ci suggerisce un libro che è certamente da leggere (rimando al suo post) per chi si interessa di archivi.
Il “mal d’archivio” del quale parla Mario mi ha ormai sopraffatto da tempo ed è argomento del mio piccolo corso che tengo all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Archiviare significa non solo raccogliere ma operare delle scelte e studiare delle strategie per catalogare, raccogliere, disporre, conservare. In questo senso l’archivio è a sua volta un dispositivo nel senso che dà Foucault a questa parola nell’Archeologia del sapere e in un’intervista del 1977 in cui dice a proposito del dispositivo:
Ciò che io cerco di individuare con questo termine è, innanzitutto, un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, proposizioni filosofiche, in breve: tanto del detto e tanto del non detto, ecco gli elementi del dispositivo. Il dispositivo è la rete che si istituisce fra questi elementi […].
Col termine dispositivo intendo una specie – per così dire – di formazione che in un certo momento storico ha avuto come funzione essenziale di rispondere ad un’urgenza. Il dispositivo ha dunque una funzione eminentemente strategica […]. Ho detto che il dispositivo è di natura essenzialmente strategica, il che implica che si tratti di una certa manipolazione di rapporti di forza, di un intervento razionale e concertato nei rapporti di forza, sia per orientarli in una certa direzione, sia per bloccarli o per fissarli e utilizzarli.
Morale: conservare, raccogliere, ricordare, catalogare ecc. non è cosa banale e non è solo un mettere da parte. E’ anche questo un progetto, importante, perchè struttura le possibili letture future dell’archivio stesso e delle cose contenute. Pensare e progettare oggi l’archivio di Second Life, ad esempio, significa preparare le basi della scrittura di una storia futura di quel mondo.
Alla parola archivio si associa sempre una idea di autenticità, di verità.
Le cose ivi contenute assumo uno statuto di autenticità immediata. La stessa pretesa di autenticità che hanno le parti storiche della città in relazione alle parti moderne.
Prendete Roma ad esempio, un grande archivio di spazi a cielo aperto: la città autentica non è la periferia (espressione di un modo magari sbagliato ma contemporaneo di pensare il territorio) ma la città romana del Foro e del Terme e quella dei papi.
Come dire che la città “morta”, codificata come città storica, viene riconosciuta più autentica di qualsiasi altro pezzo di città “viva” che è espressione del proprio tempo.
Le stesse guide turistiche sono archivi organizzati per mostrarci l’autentico che per l’italia, a parte alcune rare eccezzioni, coincide con il periodo medievale della nostra storia.
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