Archivio per il 'contemporary nature'Categoria

racconto del futuro prossimo. appunti visivi di un viaggio… per una nuova idea di abitare

Maggio 16, 2009

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Questo palazzo sono io?


Un tempo facevo illustrazioni per una rivista. Costruivo racconti per immagini che cercavano elementi narrativi per descrivere i luoghi. Queste immagini.
Non le faccio più. Era il 2001.


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Come brilla l’aria, tanto da dimenticare tutto


Sistemando le cose nelle mie memorie digitali, ora le riscopro e le rileggo con gli occhi di oggi, tempo nel quale si cerca una nuova sostenibilità e una nuova relazione con gli spazi e l’abitare.
Ricordo che pensavo a come brilla la luce nella città, a come si colora in funzione del tempo atmosferico. Vivere Milano con il grigio delle nuvole è un’esperienza difficile da raccontare, ma è vero che quel grigio scalda.


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Le città sembrano ormai essere come navi che prendono il largo


Lo spazio è un unico spazio, e il pensiero è un solo pensiero, ma ho sempre diviso spazi e pensieri come stanze di condomini. Il mio abitare lo spazio, gli spazi diversi… era come abitare una città fatta di condomini.
Quando pensavo allo spazio, al tempo, pensavo al mio condominio abitato stanza per stanza, da me e le persone che conosco: la mente crea spazi negli spazi che si riempono di cose e di persone.


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Qualcosa ci chiama con urgenza


Dopo tanto tempo penso alle cose che possiedo e che ho accumulato, infinità di libri e cose, immagini e altro. Penso alle stanze che li ospitano. Sono spazi produttivi. Che pensano ormai anche senza la mia presenza (a questo ci pensa l’apparato simbolico che ognuno di noi mette in campo. Tutti i luoghi abitati hanno questa qualità.
Per cambiare una idea devi staccarti dallo spazio che l’ha prodotta. Lo spazio e il pensiero sono uniti in una chiave che è l’abitare (enorme è la letteratura per sostenere questa ipotesi e per questo motivo non cito nessuno).


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Come da un diario intimo


Continuando ad andare

no frills. senza fronzoli. racconto di natale

Dicembre 27, 2008

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Racconto di Natale.
Mi piace pensare che la guardia del WWF, su questa costruzione, non abbia solo fissato una regola per non disturbare gli animali, ma abbia dato una istruzione musicale. Dopotutto molta musica contemporanea si definisce per avere una partitura che consiste solamente nelle istruzioni necessarie per l’esecuzione, senza note. Poi, dimenticate le istruzioni, arriva l’ambiente intorno a noi… il canto degli uccelli.

il dispositivo musicale di Salvatore Sciarrino: i “suoni massa”. Cmv004

Dicembre 20, 2008



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Immagine: il flusso, l’onda dei sassofonisti e un solista dei Lost CLoud Quartet


La nostra esperienza del mondo, della sua dimensione sociale, è un’esperienza sonora. VIviamo oceani di suoni prodotti dall’ambiente naturale e dall’ambiente artificiale. I suoni ci accadono addosso e li subiamo.
Con le sue composizioni per grandi masse di suono come quella presentata al MAMbo per le Collezioni mai viste, Salvatore Sciarrino ci mette a confronto con un dispositivo musicale che ci mostra e illumina su questa dimensione sonora-sociale, con quelli che lui chiama suoni massa. Ci apre gli “occhi” sulla dimensione sonora del nostro ambiente, del mondo che ci circonda costruendo per analogia una natura sonora che non è definibile: “cosa è il suono della pioggia? Cosa è il suono del mercato?”. Nell’esperienza di due giorni passati a sentire le prove, i ragionamenti e le indicazioni per gli strumentisti ciò che esce è l’immagine di un “dispositivo” che ci mostra le connessioni tra il muoversi di un gruppo (i centoventi sassofoni) e la continuità sonora che si viene a creare. Il titolo stesso del lavoro ce lo mostra: come dice lui stesso, avrebbe dovuto essere “il suono cammina sui piedi”, ma averlo cambiato nella forma-concetto “La bocca, i piedi, il suono” è la scoperta di un dispositivo; nel momento in cui si coglie la dimensione di suono massa che cammina, nell’insieme del corpo con lo strumento, si è entrati a far parte del flusso sonoro come si entra a far parte di una collettività. Ci rispecchiamo perfettamente in questo flusso di persone nel senso del formarsi del flusso di suoni. I “suoni massa” sono collezioni di suoni singoli che vengono percepiti come flusso; sono distinti singolarmente solo quando passano a fianco di noi nella persona del singolo musicista, disposto all’interno della fiumana del gruppo. Esattamente come i suoni che ci circondano nella città o altrove. I suoni sono sempre presenti solo lo sviluppo di una particolare attenzione li può mostrare come delle sorprese.
Nel frattempo il Lost CLoud Quartet costruisce lo spazio con dettagli sonori; suoni che delimitano lo spazio e lo fanno muovere a circolo; ne delimitano l’esperienza in questo rimando tra superficie e profondità dell’ascolto, in questo essere ascoltatori e allo stesso tempo fonte di suoni, con il nostro silenzio, a nostra volta. Un modo contemporaneo non solo di intendere la musica ma anche la natura, dove il limite tra elemento artificiale e naturale si dissolve in una idea precisa di composizione artistica fondata su un principio di continuità.
Se ne può leggere un resoconto anche nel blog diLaura Gemini.

RV… il primo passo per una storia sociale dell’arte di second life?

Novembre 6, 2008

C’è un aspetto di Rinascimento virtuale difficile da cogliere se si osservano le fotografie su flickr. E’ però nelle parole e negli scritti di Mario: la dimensione sociale dell’arte prodotta in SL. In fondo questa mostra (a fianco dei suoi testi) è il primo fondamentale passo per una storia sociale di Second Life.
A chiusura dell’articolo metto la tenda-comunicativa esposta nella mostra per fornire i primi strumenti di lettura, le chiavi per capirne meglio i contenuti. Un oggetto che fa parte di una serie completa che nessuna fotografia da sola può trasmettere: la tenda con il testo introduttivo di Mario. Tutta la mostra è pensata come una estensione concettuale della rete: la comunicazione non è avvenuta su pannelli museografico, su pannelli didattici, ma è il corpo stesso della mostra. Abbiamo usato la stessa modalità del “mondo” di comunicare attraverso l’ambiente e non attraverso le targhette… ma chi non l’ha ancora vista non può coglierne i valori di novità. E’ una mostra che non può essere giudicata dalle sue fotografie. Come Second Life deve essere vista dall’interno.
Non è una mostra che promuove singoli artisti ma un evento che sta dentro ad una grande narrazione collettiva che è nata in un luogo preciso: Second Life. E’ questa la prima chiave di lettura che differenzia questa iniziativa da qualsiasi altra.
E’ la risposta ad una sfida difficile ed offre un appoggio a tutti i residenti che si sentono parte di una nuova collettività condividendone le basi. Non è la soluzione al problema di lanciare nuovi artisti, individualmente riconosciuti, ma la presentazione di un lavoro che nato in un luogo specifico (di nicchia ricordiamocelo) tenta di farlo diventare universale (rompere la nicchia, dilatarla, allargarla al mondo reale). Trasporre nel reale le cose di second life, come già detto, è paragonabile al Jet-Lag. Tutto cambia. Lo statuto delle cose. Ciò che resta è la dimensione di “mondo”, la dimensione universale della ricerca. L’appartenere ad una idea comune declinata in modo diverso. L’arte dopotutto è sempre stato questo, la costruzione di valori condivisi.

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nell’universo di solkide auer

Ottobre 12, 2008

Photobook digitale inworld sull’opera di Solkide Auer.

next culture?

Settembre 4, 2008

 

 

LA BATTAGLIA TRA CULTURA ALTA E CULTURA BASSA E’ FINITA

NOI SIAMO I PRIMITIVI DI UNA CULTURA ANCORA SCONOSCIUTA

 

 

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paesaggio al di là del reale. calendario

Agosto 28, 2008

Altro pensiero recuperato da qualche lettura e rimbalzato nel sottosuolo del mio notebook.
Le voci contro il digitale oppongono la natura contro la realtà virtuale/metaforica ma a ben guardare uscendo di casa dopo le immersioni in second life cosa resta di quella natura? Questo per chi come me vive le città e ha esperienza urbana e metropolitana quotidiana.
Nella dimensione urbana la relazione con lo spazio è di tipo mnemonico: la spazialità è esperita in una dimensione di esperienza vissuta e di ricordo e raramente di scoperta (a aparte quando si è in viaggio in città altre, ma anche in questo caso scattano sempre i paragoni con quanto già si è visto)
Dentro second life e gli universi digitali, mi interessa quel paesaggio animato che sono le persone in cui il senso di paesaggio diventa molto esplicito: un paesaggio umano che abita con tutta la sua emotività e presenza lo spazio. Il paesaggio, ricordiamolo, è un oggetto culturale e non un oggetto fisico e non va confuso con l’ambiente naturale o reale. “Appartiene all’ordine dell’immagine sia essa mentale, verbale, inscritta in una tela o realizzata sul territorio…” digitale.
(citazione da: Jean-Marie Besse; Vedere la Terra, Sei saggi sul paesaggio e la geografia, a cura di Piero Zanini; Bruno Mondadori, Milano 2008)

Vedi anche:
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affresco del digitale. teletrasporto delle emozioni. cartolina dal mio desktop 001

Marzo 4, 2008

Breve riflessionelarica-04-03-08.jpgStamattina al Laricacorso di Giovanni Boccia Artieri presso la Facoltà di Sociologia di Urbino c’è Giuseppe Granieri che parla all’interno del corso di Giovanni. Io lo sto ascoltando in streaming, grazie al lavoro di Fabio, ma contemporaneamente ricevo mail per lavoro ricevo telefonate, ricevo Istant Message … Beh tutto questo non è solo il mondo delle informazioni, ma c’e qualcosa di noi che travasa – si teletrasporta – da una parte all’altra, anche le nostre emozioni. Lo schermo del mio pc diventa quindi la mappa di come mi sto distribuendo sul pianeta (e non solo di come sto guardando). Il mio desktop è allora come la “faccia della Terra” (del pianeta permeato di me) e la sua immagine cosmica mi appare come qualcosa di specifico e unico e di irripetibile, come un affresco del (mio) digitale.

wilderness vs lawn. il prato americano: la superficie della vita quotidiana. contemporary Nature 001

Febbraio 22, 2008

“Il pricipale compito della cultura, la sua vera ragion d’essere, è difenderci contro la natura.”
Sigmund Freud

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Brevi appunti sulla Wilderness, sul Lawn – il prato – e l’immaginario contemporaneo Americano.

Ci sono alcuni temi che tengono legati insieme i racconti. Ci sono alcuni luoghi che emergono nelle storie e che fanno parte di una mitologia arcaica che per noi Europei è lontana ma che ormai, sottotraccia, ci viene passata da tempo.
David Lynch, ad esempio, costruisce delle “installazioni – cinematografiche – d’arte contemporanea” per raccontarci la dimensione perturbante della vita quotidiana americana (Blue Velvet, Mulholland Drive, Inland Empire, Twin Peaks ecc…). Lavora su alcuni elementi semplici e chiarissimi, il prato, il giardino, la casa, la strada dietro l’angolo; ma lavora anche sull’anima stessa del cinema Hollywoodiano – la sceneggiatura – e i ruoli dei personaggi per costruire una installation art che fa scontrare l’americano con le sue fobie, manie, ipocrisie (per noi resta una visione dall’esterno e quindi risulta spesso più difficile leggere le regole di questo perturbamento): il suo cinema è prima di tutto uno “stato alterato” della realtà quotidiana che trova la sua origine nella visione della realtà stessa.

Da qualche anno, al CPO di Pesaro, tengo il corso di Storia del Design Contemporaeo. Da subito ho cercato di lavorare intorno ai concetti che rimbalzano nella testa di chi come me non si limita a cercare spiegazioni ma deve anche trovare soluzioni e offrire servizi e prodotti, fare progetti. Uno degli aspetti che da ormai cinque anni mi trovo a trattare è il ruolo che la natura occupa all’interno del design contemporaneo (estendendo l’idea del design alle forme artistiche, alla land-art all’immaginario più in generale). In questo post mi occupo dell’idea di natura all’interno dell’immaginario americano. Me ne occuperò poi successivamente in altri contesti e con altri significati.

Dalla seconda guerra mondiale in poi siamo stati bombardati dall’immaginario americano. Una delle parole che, sottotraccia, attraversa molta produzione cinematografica è la Wilderness.

Da quando i primi Europei sono fuggiti per trovare una nuova fortuna altrove, la fuga verso occidente non si è arrestata nello scavalco del grande passo atlantico. La vera sfida era la conquista dell’ovest, attraverso lo spostamento di una frontiera che a differenza dei confini Europei non divide culture, ma diventa, da subito, la base per una cultura arcaica americana. La frontiera americana è una soglia che va superata, il traguardo in movimento di un viaggio che si muove dal noto verso l’ignoto. La natura, nel senso di Wilderness, è un qualcosa di primordiale che va cambiato, addomesticato (gli indiani saranno i primi a pagarne pesantemente le conseguenze). La frontiera è uno spazio aperto che si sposta con il prolungamento delle strade che si spingono verso ovest, ripercorrendo i sentieri indiani. E’ un viaggio mitologico arcaico tutto americano raccontato splendidamente da Cormac Mc Curty in tutti i suoi lavori. Aprire una strada fa parte di una mitologia fondante. I sentieri indiani diventano presto asfaltati e ferrati. E quando lungo questo viaggio “mi fermo” allora lì “costruisco” un mondo a me noto. Ed è lì che l’addomesticamento della natura si esprime nell’america del nord come il motore di una modernità tutta particolare e fondante di una mitologia sua propria: la strada diventa il luogo della mitologia dell’automobile, mentre il fermarsi e costruire casa sopra un prato diventa il luogo di un’altra mitologia: quela del tosaerba.

L’americano archetipico nasce da un passato che è dislocato, negato: l’europa (culla delle culture) è rifiutata in quanto abbandonata e luogo dal quale si è dovuti fuggire, si è stati rifiutati. Questo porta a due modi di vivere il territorio del tutto particolari e con essa la Wilderness. L’essere on the road è un modo archetipico di essere americano che affronta la wilderness, la vive e la domina. Altro modo è il fondare la dimora nella forma della casa nella prateria o nella forma dello sprawl urbano. Qui la natura, controllata dal tagliaerba, è la dimensione maschile di un contraltare femminile (l’armonia domestica governata dalla donna). Non sarà un caso se anche per Gabby (Eva Longoria) in Desperate Housewife la figura del giardiniere è per lei l’occasione per una esperienza “In the Wild”.
Questa organizzazione spaziale tra interno ed esterno, tra prato tosato e wilderness, sostiene anche un discorso sui generi nella società americana. Sofia Coppola, come David Lynch, costruisce delle vere e proprie installazioni di Arte Contemporanea – ancora una volta delle installationa art. Nel primo capitolo della trilogia sulle adoloscenti, The Virgin Suicide (1999), le adolescenti non riescono a rientrare in quel modello moralista americano descritto. I maschietti seduti sul prato tosato guardano la vita all’interno della casa delle cinque vergini suicide, ma loro si erano arrogate decisioni che spettavano a Dio. Erano diventate troppo potenti per vivere fra nlorio, troppo preoccupate di se stesse, troppo visionarie, troppe cieche per accettare quello schema così semplice e arcaico.

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Wallpaper Virgin Suicide (1999), regia di Sofia Coppola

Questo racconta ancora un’altra qualità della superficie erbosa, la surface of everiday life è trasparente, non esclude lo sguardo. Così tutto il film si sviluppa attraverso questo doppio sguardo tra un esterno maschile, che non arriva a capire, e un interno femminile.

Bibliografia:
Il prato Americano, Lotus 101, Electa
The American Lawn, a cura di Georges Teyssot, Princeton University
Inoltre i romanzi di Cormarc Mc Curthy