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performance. i dieci comandamenti. Gilbert & George

Marzo 2, 2008

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The Ten Commandments for Gilbert & George. Copyright Gilbert & George e Edition Jannink, Paris, 1995

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The Ten Commandments for Gilbert & George. Copyright Gilbert & George e Edition Jannink, Paris, 1995

Ieri Laura ha pubblicato un post (ai miei occhi divertente) che mi ha fatto sfogliare qualche vecchio libro sulla performance (Kirkby, Kaprov, Inga Pin… (Divertente perchè descrive la “magnitudo della performance” avendo lei stessa compiuto una performance nel seguire tutte quelle cose). Il resoconto di Laura a me piace molto. Esprime bene la nostra natura “onnivora” raccontata anche da FaustoTorpedine. Tra gli altri libri che ho sfogliato (in maniera assolutamente onnivora) me ne è rimasto “attaccato” uno alla mano destra: The Ten Commandaments for Gilbert & George (1995). Sono Dieci Comandamenti - provocatori - per una generazione onnivoria e che svolge un certo lavoro dentro le parole, le immagini e le azioni. Sono Dieci Comandamenti che a loro volta suggeriscono una vita performativa (performante… ?).
Gilbert & George scrivono:

Elenco:

I.

Thou shalt fight conformism

II.

Thou shalt be the messenger of freedoms

III.

Thou shalt make use of sex

IV.

Thou shalt reinvent life

V.

Thou shalt grab the soul

VI.

Thou shalt give thy love

VII.

Thou shalt create artificial art

VIII.

Thou shalt have a sense of purpose

IX.

Thou shalt not know exactly what thou dost, not thou shalt do it

X.

Thou shalt give something back

il colpo d’occhio del regista. guardando sotto la pioggia. Joris Ivens. landscape 001

Febbraio 8, 2008

Regen (Pioggia), 1929, Regia di Joris Ivens con Mannus Franken

Un doppio sguardo suddiviso su due post: il precedente post mostrava lo sguardo della pioggia “visto” da un cieco: John M. Hull. Questo post invece propone lo sguardo del regista Joris Ivens, un pioniere, militante nello spirito, un maestro e un padre assoluto per tanti.
Nel suo
cine-poéme lirico succede il contrario di ciò che accade con John M. Hull: con Joris Ivens le cose svaniscono sotto la pioggia. Come dice Bela Balasz (Estetica del film, 1931) le cose non si vedono più. La pioggia di Ivens non è la pioggia che racconta lo spazio e che lo riempe. Non comunicano una realtà ma sono espressioni figurative. E’ l’inizio del cinema documentario ma anche un cinema sperimentale. La vista in questo caso non serve per avvicinarsi alla realtà ma per costruirne un’altra. In John Hull la mancanza della vista porta invece alla ricostruzione di una immagine che diventa realtà per chi l’ascolta.

Il link, per vedere il filamto, è da Youtube.

N.B.: in questa versione, l’audio non è originale. La versione originale con audio è del 1932, sonorizzata da Lou Lichtveld, e curata da Helen Von Dongen. E’ possibile trovarla sul sito www.ubu.com.

Crediti completi da: Joris Ivens di Silvana Cavatorta e Daniele Maggioni,”il castoro cinema”, La nuova Italia, n°66 Giugno 1979:
Regia e soggetto: Mannus Franken e Joris Ivens; fotografia e montaggio: Joris Ivens; produzione: CAPI, Amsterdam (300 m).

sguardi su una città: Mosca. scaffali sensibili. senza parole 003. album di famiglia 003

Febbraio 7, 2008

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Testo accessibile:
Viktor Sklovskij, testimone di un’epoca, conversazioni con Serena Vitale. Editori Riuniti. Interventi.
La rivoluzione, Stalin, Majakovskij, Gorkij, Eizenstein, nel raccono di uno dei massimi interpreti della letteratura mondiale
(I edizione, settembre 1979)

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Testo accessibile: (nota mia: intervista del ventinove dicembre millenovecento settantotto)

Serena Vitale: Dedicherei ancora qualche minuto, Viktor Borisovic, ad altre grandi figure della letteratura sovietica. Abbiamo parlato poco, mi accorgo dei prosatori. Lei ama Bulgakov?

Viktor Sklovskij: Bulgakov è uno splendido artista diseguale. Quando, per esempio, leggo Il Maestro e Margherita… Sono come vestiti che vanno in pezzi per la pioggia e l’umidità. Nel suo romanzo Bulgakov descrive l’edificio dove noi scrittori avevamo una specie di ristorante, che dava sulla strada. E’ lì, a pochi metri, dietro una parete viveva Mandel’stam, dirimpetto viveva Platonov. In una stanza viveva Majakovskij. Per un certo periodo ci ha vissuto Pasternak. C’era Sostakovic. Era la vecchia casa Herzen, sul viale Tverskoj - da una parte c’era l’ambasciata danese e dall’altra c’erano dele stanze dove abitavano gli scrittori. Cioè cosa voglio dire: Che quell’epoca non era così brutta e insignificante. Non lo era affatto. C’erano ancora i futuristi, c’era l’Opojaz. Ma va anche detto che Bulgakov è un grande artista. Il Maestro e Margherita è un’opera forte, soprattutto all’inizio: Pilato con il mal di testa, l’apostolo che cerca un coltello per ammazare una persona… Il finale, invece, mi piace meno, quando il Maestro incontra Cristo viene fuori che hanno nulla di cui parlare. Perchè Cristo più informato ha più notizie, è più interessato e coinvolto dai problemi del mondo. Nel romanzo, poi, ci sono le streghe… Quando io ero giovane, tanto tempo fa, ci interessavamo tutti dell’argomento, c’era tanta letteratura. No, non parlo delle favole, erano ricerche scientifiche, volumi e volumi. Bosch, per noi, era perfettamente comprensibile. Dal punto di vista ideologico Il maestro e Margherita è legato ai primi lavori di Goethe e a Heghel. Ma l’altro romanzo di Bulgakov, Il romanzo teatrale, mi colpisce di più.

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aprire la porta. beginnings of EVA. sguardi su due panorami 002

Febbraio 6, 2008

The begininnigs of EVA (extra-vehicular activity): opening the door.

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Non so se deve essere sempre così ma sembra che per ogni “prima volta”, nella fotografia, si debba avere sempre un visione disturbata, incerta. Lo avevo mostrato già qui.

Il 18 marzo del 1965, quarantatre anni fa, il cosmonauta russo Aleksey Leonov lasciò la navicella spaziale per fare la prima passeggiata umana nel cosmo. L’immagine d’apertura è la prima foto conosciuta (in occidente) di un cosmonauta che cammina nello spazio e che poi è stata pubblicata in una rivista americana del 1976 riprodotta qui sotto.

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Space world, The magazine of space news, Febbraio 1976. Vol. M-2-146
(foto di copertina dell’agenzia spaziale sovietica TASS-APN)

La rivista apre con una titolo davvero d’effetto e preciso nell’esporre un’idea chiara: the begininnigs of EVA, opening the door (trad.:l’inizio delle attività extra-veicolari: aprire la porta).
Per 4 anni cosmonauti e astronauti hanno attraversato il cielo continuando a “cadere” (il volo nello spazio è una lenta caduta) verso il rientro programmato. Uscendo verso l’esterno (compiendo l’eva: extraveihicular activity) per la prima volta si sono fermati, hanno segnato il passo. Hanno fatto il “picinic (solitario) lungo il ciglio della strada” (magari pensando ad Arkadij e Boris Trugaqrskij di Stalker). E’ vero che l’ambiente terrestre è sempre presente, protetto dentro le tute collegate alla cabina, ma la stessa tuta non è più sulla Vostok; è messa lì sul ciglio della strada assiem al cosmonauta. La foto pubblicata più sopra sembra lo scatto preso dallo specchietto retrovisore (in realtà è lo scatto fatto ad un monitor).
Nello stesso articolo dove viene pubblicata la foto di Leonov, compare anche la foto del primo astronauta americano. la mostro qui sotto:

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La foto è di tre mesi dopo (sembra passato molto più tempo però). Come recita la rivista, per tutte le immagini riprodotte qui sopra: Photos courtesy of Nasa.

Un’altra foto:

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Questa è nuovamente una “prima immagine” pubblicata questa volta nel mondo sovietico; tratta da K Zvedzam (trad.it.:verso le stelle) un libro non troppo interessante dal punto di vista del viaggio nel Cosmo ma mostra bene il lavoro collettivo a terra. Del 1986 pubblicato da Izdatelstvo “Planeta” Moscva 1986 (trad.it.: Pubblicazioni Planeta, Mosca, 1986)

Di questi due eventi oggi si possono trovare molte immagini anche di qualità sul web. Tra le altre queste due miniature molto nitide. A differenza della altre non lasciano molto spazio a fantasie o a racconti. Forse è questo il motivo per cui lanciano le “prime immagini” se ne trattiene l’immagine chiara in cambio della visione?

Ed white, Nasa in basso a sinistra; Aleksey Leonov, Agenzia Spaziale Sovietica, in basso a destra

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arthroPods - concentrarsi per evadere

Gennaio 9, 2008

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Arthropods, New Design Future
E’ il titolo di un libro del 1971 che vedeva molto avanti: che cioè il design futuro avrebbe disegnato dei Pod che avrebbero cambiato il nostro rapporto con l’ambiente circostante.
Questo progetto-libro di Jim Burns mi è tornato in mente leggendo un post di Fabio dell’11 dicembre scorso: La comunicazione in testa. Riporto queste battute dal post: “Il mondo esterno diventa silenzioso (o molto meno rumoroso) e ci si può spostare nell’ambiente in una condizione di isolamento acustico.
Il nostro spazio privato portatile si muove con noi come una bolla che ci racchiude all’interno di uno spazio pubblico…
Noi e la nostra colonna sonora personale.”

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Haus Ruecker Co, Mind Expander, 1967

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Haus Ruecker Co, Environment transformer, 1968

Archigram, Coop Himmelblau, Haus Ruecker Co, e altri gruppi di artisti e architetti progettano oggetti che sono pensati per produrre evasioni dal paesaggio urbano: sono progetti creativi che usano le sensorialità e il valore simbolico dello spazio e delle cose per creare effetti di straniamento e per mettere in crisi la stessa idea di permanenza dello spazio urbano, la sua staticità e la sua temporalità, in altri termini i cardini della tradizionale architettura statica.
Sono tentativi di rifugi per costruire nuovi territori e nuovi paesaggi di relazione con lo spazio urbano; sono progetti che in generale dovrebbero essere lo scheletro per cambiare e rinnovare la percezione dell’ambiente esterno.

beep … beep … crash

Gennaio 4, 2008

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IL COSMO IN UNA SCATOLA DI BISCOTTI
Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio del 1958 termina il suo volo lo Sputnik che, in una caduta ellittica durata 92 giorni, si disintegra all’impatto con l’atmosfera.
Il cosmo, solo immaginato fino ad allora come luogo della mente (dai miti più lontani - Bellerofonte, Icaro ecc…- alle storie di Jules Verne visualizzate da Méliès e studiate scientificamente da Kostantin E.Tsiolkovsky), diventa un luogo reale, antropologico.
Durante la sua breve esperienza nel cosmo, lo Sputnik inviava a terra semplici segnali sulla temperatura del cosmo. Non è stato solo il nostro compagno di viaggio, traduzione letterale della parola Sputnik, ma è stato il primo apparecchio sensoriale che si staccava dalla terra, la prima protesi dell’intero pianeta che cominciava non solo a guardare ma a “sentire” il cosmo. L’astronomia lascia il posto alla cosmonautica.

Volete costruirvi il vostro Sputnik? Facile come bere un bicchier d’acqua, anzi, come mangiare un biscotto. Vediamo come.
Lo Sputnik, era una sfera di alluminio di 58 cm di diametro con quattro antenne lunghe 2 metri e mezzo. Al suo interno conteneva cose che oggi possiamo tranquillamente avere anche in casa: una batteria, un termometro d’ambiente a mercurio, un termostato e un barostato (dispositivo per il controllo della pressione analogo a quello delle caldaie domestiche), una piccola ventola di raffreddamento attivata dal termostato e infine un trasmettitore simile ad un router wireless. Tutto questo oggi potrebbe stare in una scatola di biscotti.
Per saperne di più guardate qui.

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Le immagini sono tratte da: Michail Vasiljev, Puteshestvie i kosmos, Izdatelstvo Sovietika Rossia, Mosca 1958.
(244 pagine, illustrato b/n, con 10 tavole a colori fuori testo)