Archivio per Marzo, 2009

Aelita (1924). Show me the other worlds!

Marzo 29, 2009


Аэлита, Aelita, Queens of Mars, (1924) regia Yakov Protazanov
Estratto da YOUTUBE. Musica di Cleaning Women

Gor made a telescope that enables to observe life on the other planets
Gor: A great invention, but il must be kept a secret
Aelita the Queen of Mars: Show me some other worlds! No one will find out
Gor: I’ll show you life on our neighboring planet

Dialogo dal film

Guardare una cosa è un poco come fare penetrare la cosa stessa attraverso gli occhi, permettergli di entrare nella nostra testa, dentro di noi affinché la cosa possa farsi conoscere. Ma è anche come se il nostro stesso occhio penetrasse la cosa per renderla nota al cervello, come se una mano fatta del più semplice sguardo attraversasse la cosa per appropriarsene.
Questo è ciò che accade quando si fa esperienza della tele-visione, intesa non solo come elettrodomestico: il nostro spazio viene attraversato da storie di altri, da pensieri di altri quando nello stesso tempo la telecamera ha agito verso quegli stessi altri. L’altrove diventa presente.

Aelita è un film che mostra l’ingresso nell’altrove: non è fantascienza alla Jules Verne dei Meliès, una “falsa partenza” per il cinema di fantascienza; non è la realizzazione di un sogno e non è nemmeno un film di “sola propaganda sovietica” come spesso viene liquidato. E’ l’ingresso in un mondo vero e reale costruito da una mente che è presente e reale; è un pensiero preciso sul suo tempo.
E’ il primo film dove viene mostrato lo scrutare in altri mondi, per cercare nell’altro un senso per il proprio mondo e non per costruire una via di fuga onirica: è espediente per parlare della Russia e della rivoluzione ma anche per fare entrare in una “galleria d’arte contemporanea a scena aperta” il grande pubblico, per farlo entrare nella nuova dimensione estetica che sta cambiando. Marte è costruita in chiave cubo-futurista ad opera degli scenografi Isaak Rabinowitsch, Serger Koslowski e Viktor Simow; i costumi sono di Aleksandra Exter: è un viaggio nel presente della ricerca più alta dell’arte del tempo.
Protozanov esce con il suo film nel 1924: il telescopio che permette la tele-visione della vita sulla terra precede la stessa parola di 23 anni: solo il 10 marzo del 1947 verrà coniato il termine televisione e il suo acronimo TV ad Atlantic City.
Il guardare altrove o in un altro tempo è sempre stato un modo utilizzato dagli scrittori per parlare del presente. Un esempio: se il romanzo dell’Ottocento è una “virtualizzazione” del mondo, nel senso che isola e rappresenta la realtà per osservarla da vicino e poterla capire meglio, il Manzoni ci porta dentro ad una visione seicentesca per parlare delle questioni del proprio tempo (l’ottocento).
Nel film si apre una finestra e si capisce che questa apertura porta alla conoscenza di un altro che ci mostrerà come siamo fatti noi stessi.
E’ un film molto datato per certi aspetti ma anche molto attuale per altri; tra questi nel mostrare le implicazioni dell’osservare “altri mondi”, fare esperienza di altri mondi… In altre parole nel mostrarcene una causalità.

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di a da … ciò che separa unisce e dà senso. lavorare sul confine (Virtuale – Reale)

Marzo 20, 2009

di-a-da

Tutto ciò che si può dire lo si può dire chiaramente. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
(L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus)

Ho sempre pensato che il luogo più importante dove sperimentare progetti sia il linguaggio (sempre se si può dire in un caso del genere “ho pensato”, in quanto mi colloco nel dirlo in pensieri altrui). I progetti di cui parlo sono anche di natura spaziale e non di “chiarificazione” del linguaggio o poetici o narrativi. Il linguaggio ha regole che non servono solo a regolare/costruire frasi per garantire comprensione e correttezza al nostro modo di comunicare (chiarire appunto) ma anche influisce sul nostro modo di ragionare. In fin dei conti è questa la sua funzione.
La cosa che mi lascia sempre perplesso è questa: abbiamo un linguaggio sofisticato, articolato, molto elaborato e complesso che suggerisce che le nostre idee potrebbero essere altrettanto differenziate, “sottili” e “sensibili”. Invece tendiamo ad usare il nostro costruire pensieri, il “meccansimo” più affascinante che possediamo, per uniformare i nostri pensieri verso il basso.
Questa dimenticanza si accompagna ad almeno altre due dimenticanze fondamentali: le altre due cose sole che possediamo realmente (tutto il resto è finzione-costruzione) sono il nostro corpo e il nostro tempo.
Tornando al linguaggio penso alle preposizioni semplici come elementi capaci di suggerirci almeno nove modi di costruire relazioni tra le cose:la preposizione è una parte invariabile del discorso che serve a collegare parole o frasi stabilendo tra loro relazioni.

Parlando del metaverso (Second Life) e il mondo reale si pone ultimamente l’accento su una cosa che ormai è diventata anche banale: portare fuori l’esperienza, i contenuti la produzione artistica ecc.
Con la mostra Rinascimento Virtuale – pensata, voluta curata sin dall’origine da Mario Gerosa – con il progetto di all’allestimento, avevo posto l’attenzione sul confine – soglia – come luogo di incontro tra due diverse culture (e le loro cose): una storicizzata (quella derivante dalla ricerca etnologica) e una in divenire (quella digitale). Le prime cose sono i “feticci” presi dalle altre culture nel corso dell’ottocento; le cose esposte del secondo gruppo erano i “voli di immaginazione” dei “residenti” del mondo, oggetti, immagini che incorporavano pensieri ed esperienze dell’attraversamento del metaverso. Più di tutte le cose esposte sono state le moleskine ad assumere questo ruolo di soglia: un lavoro di confine tra due mondi, tra due appartenenze che diventano esperienza e memoria condivisa (come più volte detto)
Il problema è quello di dare un senso alle cose trasferite da una cultura ad un’altra. Qual’è il significato “vero” di un oggetto prelevato da un contesto culturale per essere “spostato” altrove?
Come suggerisce Wittgenstein, ci sono casi in cui si deve tacere: alcune cose non è possibile trasportare da una parte all’altra.
Le stesse domande le si possono porre al contario per chi entra nel metaverso nella chiave “come mi pongo” “nel mondo” in relazione agli altri e alla vita reale dalla quale provengo? Quali sono le cose che faccio mie? Cosa porto dentro di ciò che ho fuori?
E’ qui che entra in gioco la metafora della preposizione.
Le preposizioni nel discorso sono gli eleminti-spazio che collegano, che creano relazioni; sono confini significanti: nel porre la relazione tra le cose del discorso pongono una attenzione specifica sulle cose stesse.
Morale: la sostanza non è portare dentro o portare fuori – per altro due metafore ormai superate dal nostro stesso agire – ma come mettere in relazione il dentro e il fuori e come noi ci collochiamo noi in questa relazione. Come sempre è il progetto e il “perché” dello stesso.

perdersi nello spazio. Travel guide of (Google) mars

Marzo 15, 2009

travel-to-mars

Foto-montaggio-souvenir dalla gita su Google Mars (rinnovato in occasione dei 150 anni dell’astronomo Schiapparelli)

Prelude to Space Travel

Within the next 10 or 15 years, the earth can have a new companion in the skies…


Werner Von Braun
Accross the space frontier
Crower-Collier 1953




La conquista dell’inutile


Fitzcarraldo
Al cuoco dei suoi cani! A Verdi! A Rossini! A Caruso!
Don Araujo
A Fitzcarraldo, signore e conquistatore delle cose inutili!


Fitzcarraldo
Werner Herzog
La conquista dell’inutile, Mondadori 2007
anche su:
Fitzcarraldo
1982 Ugo Guanda editore


Prendo a pretesto la nuova edizione di “Google Mars” rilanciata da ieri in occasione dei 150 anni dalla nascita di Giovanni Schiapparelli, lo scienziato italiano che disegnò la mappa di Marte; lo faccio per un pensiero sull’abitare e l’alterità, sulla fantascienza e la tecnologia.
Se la luna ha sempre rappresentato qualcosa come “l’altra faccia di noi”, Marte ha sempre avuto il ruolo di rappresentare un destino, reciproco: o il luogo della nostra umana salvezza futura (in seguito ad un paziente “terraforming”) o, all’opposto, il luogo dal quale i destinati – i marziani – a vivere sulla terra sarebbero arrivati per sconfiggerci .

La nostra esperienza di marte è sempre stata di natura cinematografica (mettendoci dentro pure il Ray Bradbury delle Cronache marziane che ne ha alimentato continuamente l’immaginario) per non dire Hollywoodiana. Il cinema di fantascienza ha una semplice caratteristica: annulla le distanze. L’infinito diventa finito e l’ignoto diventa noto. La fredda immensità dello spazio impersonale, il terrore dell’uomo di fronte all’universo e al vuoto – là fuori – vengono ridotti attraverso la riduzione ad immagine di ciò che è alieno. Il paesaggio dell’infinito viene sovvertito a finito e grazie agli effetti speciali assume un carattere ottimista controllato dalla tecnologia. Google Earth è l’effetto speciale quotidiano che ha annullato le distanze, ha reso note le sequenze di ciò che sta lungo le strade di città a noi aliene, come un dispositivo cinematografico. Lo sgomento e il terrore sono annulati.
Il ritratto che si ha di Marte somiglia ai deserti terrestri costellati da crateri.
Ma il cinema di fantascienza recupera lo stupore nello sguardo delle cose terrestri… “osservando quei paesaggi marini misteriosi, e silenzioni:la sabbia bagnata e scura e la spuma del mare che si frange silenziosamente contro le geometrie bizzarre e indefinibili delle rocce a picco… lo spettatore è costretto a riconoscere, seppure inconsciamente, la pochezza e la precarietà della stabilità dell’uomo, la sua vulnerabilità al vuoto che c’e’ qui come là fuori, l suo isolamento totale, la caducità del suo corpo”* ed il totale interesse degli occhi di madre natura.
In contrapposizione agli altri mondi immaginati creati nei set o ai mondi reali o ai mondi virtuali talmente pieni di tecnologia da sembrare a misura d’uomo sono i deserti e la spiaggia, l’autostrada e la propria casa che ci viene presentata come alterità minacciosa. Quando la terrà che ci ha nutriti ci minaccia siamo davvero perduti nello spazio.

Morale: Google Earth, pure nella “versione” Mars ci rende noti e familiari anche i luoghi più alieni: dal pianeta rosso alle botteghe che si allineano su una strada di Madrid o Pechino; ma può poco contro il nostro perturbamento verso la realtà più prossima. Non ci sono effetti speciali per le nostre paure più profonde.

*Vivian Sobchack Spazio e Tempo nel cinema di fantascienza, Bononia University press, 2002

in copertina: Second Life – Lucania Lab. Ottagono n. 218 – Marzo 2009 in edicola

Marzo 11, 2009

ottagono


Lucania Lab: progetto di museo per la Lucania in Second Life.
Scatto per la copertina di Ottagono, mese di Marzo.


Questione di ore: sta per uscire Ottagono, rivista di architettura e design, numero 218 del mese di Marzo, nelle edicole italiane.
Copertina e quattordici pagine di interviste, immagini, pensieri e altro.
Un altro capitolo di un lavoro di continui passaggi dal mondo – verso il mondo; questa volta a promuoverla una delle più importanti rivista di design e architettura italiana.
L’articolo a firma di Valentina Croci è stato concepito come un tour in Second Life dove la giornalista incontra persone note nel mondo che svolgono attività all’interno della rete. Dopo l’intervista a Mario Gerosa, curatore della mostra Rinascimento Virtuale, incontra ed intervista Roberta Greenfield, Roxelo Babenko, Shiryu Musashi, Berardo Carboni; infine il sottoscritto nei panni di Asian Lednev, chiamato ad accompagnare la giornalista nel suo viaggio.
Buona visione a tutti, avatar e no.

di quanti mondi hai bisogno per poter vivere?. domande senza risposta

Marzo 11, 2009

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Cosmografia da tavolo


Domande a tema:
Quanti mondi conti intorno a te?
Quanto mondi conosci?
Quanti mondi ti conoscono?
Quanti sono i mondi che ti rappresentano?
Quale immagine di te stesso si ricompone?

di quanti mondi hai bisogno per poter vivere bene?

nel paesaggio connettivo. io-noi e il mondo

Marzo 5, 2009

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Chiudere gli occhi ha il senso di negarsi un paesaggio? Oppure di lavorare all’interno di un altro tipo di paesaggio, di natura più connettiva, nel senso di riconnettere i pensieri tra loro all’interno di fonti differenti?
In genere il paesaggio ha il potere di nutrire l’”anima” e di nutrirla non in un qualsiasi modo ma rendendola più grande di come è nella routine quotidiana grazie ad una esperienza che è visione e conoscenza.
Il paesaggio che normalmente viviamo è di natura urbana e comunque di una natura nota. Perchè ci sia nutrimento dall’esperienza di paesaggio occorre che si rinnovi la sua visione, che non sia mai uguale a se stessa, che le cose cambino continuamente.
Come in tutti i fenomeni è il “cambiamento” che permette la percezione in genere e la conoscenza in uno specifico di esperienza.
In questo si può imparare dalla musica, dall’ascolto: la musica e i suoni esistono proprio in quanto cambiano ad ogni istante, variano, mutano… vibrano. E’ la variazione, la qualità della vibrazione che porta e definisce la qualità di questa esperienza; il suono porta all’apertura apertura di sé e della propria “anima” in quanto la/ci predispone all’ascolto e quindi ad una disponibilità verso il mondo.
Lo stesso corpo è un paesaggio e non solo per la qualità dello sguardo. Lo è in quanto ogni parte del nostro corpo porta con se visioni,… esperienze sedimentate nelle varie parti del corpo sotto forma di memoria. Ma spostarsi sul piano delle visioni significa spostarsi su un piano personale e quindi del sentire o del non non sentire le cose.
Allora… chiudere gli occhi ha il senso di lavorare all’interno di un altro tipo di paesaggio, di natura connettiva, nel senso che riconnette i pensieri interni al mio io all’interno delle esperienze differenti e nel senso che riconnette noi agli altri uguali a noi; un paesaggio che è una visione ricomposta di elementi che arrivano dalle infinite nostre connessioni interne ed esterne: sia di natura digitale (social network in genere e altri sistemi digitali a noi noti) che di natura fisica o reale. Il paesaggio connettivo allarga il nostro desiderio di esperienza e disseta la nostra sete di sapere come il cervo si disseta alla fonte.