
Invito della festa di reload e di inaugurazione del Cinema Continuo
cinemacontinuo. Lucanialab fa festa
Giugno 24, 2009shadows and light in SL. autoritratto di avatar. solo un’ombra nello stagno?
Giugno 21, 2009
Claude Monet. L’ombra di Monet nello stagno delle ninfee, ca. 1905 Fotografia Collezione Philippe Piguet
Parliamo di ombre.
Monet, nel 1905 si fotografa nel suo stagno delle nifee in forma di ombra. Lo fa in una forma autoriflessiva: è un vero autoritratto. Secondo Stoichita* se si fotografa come riflesso della superficie dell’acqua apparendovi come ombra lo fa per suggerire non tanto un atto d’amore verso se stesso ma verso il proprio mondo simbolico. Ciò che la sua ombra espone è l’ombra del suo sguardo che si istituisce come pittura, quello sguardo che si struttura come visione, come pittura.

Autoritratto di avatar. L’ombra di AL nello stagno delle ninfee di LucaniaLab. Collezione privata.
Ogni immagine ha la sua storia e ogni immagine è testimone di una storia più grande che muove all’interno di una storia della rappresentazione estetica e una storia della filosofia della rappresentazione. Come dire che ogni immagine
è forma di un pensiero -l’artista- che l’ha prodotta all’interno di un pensiero -una cultura- più grande che lo contiene.
Un giro di parole per introdurre una cosa che non ha solo una valenza tecnica, un nuovo traguardo raggiunto, ma anche un significato simbolico molto forte all’interno di un pensiero che produce immagini -mondi- nell’ambiente di Second life.
L’arte ha da tempo rifatto i suoi conti con la propria storia riallacciando ponti demoliti dall’avanguardia.
Non si può non leggere l’introduzione delle ombre in SL non solo come un avvicinamento di effetto di realtà ma un avvicinamento ai temi della rappresentazione.
La storia dell’arte occidentale è una storia di chiaroscuri. Plinio (Naturalis Historia XXXV,15) per primo ne inaugura l’interpretazione nel tentativo di dare un’origine alla pittura: l’atto di circoscrivere con una linea l’ombra di un essere umano. A fianco di questo atto primigenio sull’origine della pittura ne esiste un altro che parla delle origine della conoscenza: il mito platonico della caverna. Entrambi muovono a partire da ombre.
Ma quello che mi interessa notare sulle ombre in SL è che propone un’autoriflessività dell’avatar nell’immagine: propone un suo autoritratto in forma di ombra.
Credo che simbolicamente sia un fatto veramente potente. E’ un segno doppio della nostra presenza in SL non più nella sola forma di presenza-avatar ma anche di evanescenza-ombra. Un doppio segno di appartenenza al mondo quindi.
Se l’avatar cela una dimensione narcisistica di noi che “ci affacciamo” nei mondi virtuali la presenza dell’ombra suggerisce una appartenenza al mondo creato non più nella sola dimensione di creatori ma come superficie stessa delle cose create, inglobando questa evanescenza nello stesso quadro dell’immagine. Assieme alle altre cose l’avatar vi si riflette, vi si riassume e vi si dissolve. In altre parole entra e si dissolve nel mondo che ha immaginato e creato: non è più una sola immersività ma una vera inclusione all’interno del mondo.
*Victor I. Stoichita, Breve storia dell’ombra. Dalle origini della pittura alla Pop Art. Il saggiatore, Milano 2000
FUN to REZ… your virtual world teleported in real
Giugno 9, 2009
Kit The World: FUN to REZ

FUN to REZ: Kit Lucanialab

FUN to REZ: Kit Asian’s Tower
Ars in Ara si è chiuso.
Invitato a parlare delle cose alle quali sto lavorando di più e da tempo e che esprimono certamente l’idea della soglia, della transizione e i concetti tra un dentro e un fuori i mondi, ho espresso una mia idea di ambiente dai contenuti fortemente orientati verso una narratività degli spazi; un ambiente che si esprime con il fatto stesso di essere spazi abitati da persone che diventano loro stesse sfondo e protagonisti; usano lo spazio, lo abitano e lo fanno parlare, lo scrivono. In questo senso la parola “connettivo” si allarga a definire un paesaggio che non si limita al presente e alle tecnologie digitali ma in genere al sistema culturale.
Ma… chi non entra nei mondi virtuali? Per loro? Come spiegare cosa sono i mondi virtuali?
Per loro ho pensato ad un prodotto: un kit messo in una busta che permette di fare la prima esperienza che si ha rezzando (costruendo) nell’ambiente di second life; la busta contiene una land (un’isola sulla quale costruire), una shape (la forma di un oggetto) e con la texture applicata all’oggetto. Una prima conoscenza della grammatica dello spazio di Second Life.
“A mondo mio”. Romanzo collettivo su EXIBART aspettando Ars in Ara
Giugno 5, 2009
Romanzo Collettivo La Torre di Asian
Il secondo progetto che presenterò a Ars in Ara, sarà il Romanzo Collettivo.
Il progetto ha alcune caratteristiche che lo contraddistinguono:
- la dimensione Narrattiva è utilizzata per costruire un “mondo” che ha le sue regole scritte direttamente all’interno dell’ambiente nel quale si svolge la sua narrazione;
- lo spazio del racconto e il testo coincidono nello spazio di vita degli scrittori-personaggi del romanzo;
- la realtà e la finzione si coniuga nel racconto;
- natura narrativa dello spazio – spazio concepito come un testo e viceversa;
- non è una sceneggiatura chiusa scritta altrove: è l’esperienza dello spazio condiviso che si struttura in testo.
Di seguito Riporto il testo di Mario Gerosa – scritto per EXIBART del corrente mese di Giugno – nel quale mette molto chiaramente il senso del progetto.
A MONDO MIO
Prima di accantonare i mondi virtuali come un giocattolo che non ha più il sapore della novità, pronto ad essere rimpiazzato da un altro passatempo, sarebbe utile continuare ad esplorare la dimensione concettuale degli universi sintetici, che riserva ancora sorprese interessanti.
In questa direzione si sono mossi un gruppo di studiosi e di ricercatori, che in Second Life ha dato l’avvio al progetto della Torre di Asian, dove Asian è un avatar che fa di cognome Lednev e corrisponde, nella vita vera, all’architetto Fabio Fornasari. A lui, progettista e artista, si affianca Lorenza Colicigno (Azzurra Collas), scrittrice di mestiere e poetessa, che cura e raccoglie le varie parti del racconto.
Questo progetto è originale e intrigante perché indaga sulle potenzialità della scrittura all’interno degli universi sintetici. Finalmente, sin dall’inizio, si stabilisce che le regole del gioco da seguire in quell’altra realtà non sono le stesse della vita quotidiana al di qua dello schermo. Si è già detto e ampiamente ripetuto che le case e gli arredi di SL non devono essere per forza come quelle cui siamo abituati, e tutti sappiamo che la moda del mondo dei Linden non segue le stesse tendenze delle passerelle del mondo vero. E allora perché i processi della narrazione dovrebbero rimanere ineluttabilmente invariati?
Se lo sono chiesti gli studiosi del gruppo che ruota attorno al progetto della Torre di Asian, che hanno ipotizzato un nuovo modo di utilizzare la scrittura e di fruire della narrazione in un mondo virtuale.
I punti cardine del progetto sono due: creare un romanzo scritto a più mani (non necessariamente da addetti ai lavori), con il continuo alternarsi di narratori, e l’idea di trascrivere in tempo reale il racconto in progress sulla superficie di una torre che cresce al crescere dei dialoghi.
Innanzitutto la scrittura assume una presenza tridimensionale, con la storia scritta sulla skin della torre, che pare in questo senso una versione della Colonna Antonina 2.0, con i dialoghi che si innestano nello spazio, a diverse altezze, in diverse posizioni, suggerendo una possibile ma non necessaria scala di valori legata alle frasi. Poi c’è il discorso, fondamentale, dell’interazione fisica: le parole e le frasi della Torre di Asian scardinano il tempo canonico della lettura di una pagina e lo spazio necessario per leggere una pagina dalla prima all’ultima riga: qui le frasi si scorrono volando, piroettando intorno al monumento di parole, o magari volteggiando in caduta libera, gettandosi dalla cima. In tal modo si leggono gli spazi stessi, dato che è difficile dire quale sia il supporto e quale sia il contenuto.
La Torre di Asian infatti è un’architettura tutta da leggere, che gioca anche su un altro tipo di coinvolgimento: il racconto che si sviluppa attorno a quel manufatto effimero non può prescindere dalla presenza di quel totem. La scrittura del racconto deve molto alla vita vissuta attorno alla torre stessa. Le frasi del racconto sono in parte generate dalle suggestioni e dagli stimoli provocati attorno alla torre dai tanti personaggi che si sono avvicendati a quel romanzo, pensato un po’ come il gioco del “cadavre exquis” dei surrealisti, dove uno iniziava a scrivere o a disegnare e un altro proseguiva, senza mai mettere la parola fine. Senza mai tradire la metafora di progetto completamente open source di una narrazione protesa all’infinito. Un concetto che si coglie nella struttura del racconto a più mani e si riflette nell’altezza smisurata di questa architettura vertiginosa che certi giorni, quando in Second Life calano le tenebre, fa l’effetto di un pozzo senza fine al contrario.
worldmaking LucaniaLab. Second Life come “testo”
Maggio 30, 2009


SI riparte, si è ripartiti.
Dal mio punto di vista la definizione “mettere in narrazione il territorio di Second Life” (titolo di Giovanni Boccia Artieri per Basilicata Travel) ha un significato a più dimensioni. Il testo siamo abituati a vederlo sempre più come una didascalia di un pensiero: bidimensionale. Il testo invece ha più dimensioni: ci si sprofonda dentro, si eleva. In sostanza non solo evoca ma costruisce spazi. Questo è quanto stiamo facendo direttamente con il Romanzo Collettivo la Torre di Asian ad esempio. Ma questo è alla base di tutto il mio lavoro in Second Life. Credo che in qualche modo, Second Life, cio che ha permesso è la definizione di una nuova calligrafia che ha delle caratteristiche molto particolari: ha una qualità tridimensionale e immersiva; si costruisce come testo, come relazioni tra elementi simbolici che individuano spazi tenuti insieme dal tempo; è inoltre capace di contenere e rendere partecipi della definizione dell’ambiente dall’interno chi vi abita e chi vi produce il proprio pensiero.
Il pensiero centrale è che non esiste uno spazio che non sia collettivo: è una condizione di sopravvivenza, è la coscienza specifica dello spazio.
Questo genere di mondi non sono un analogo di un paesaggio interiore e non sono mai riducibili a una dialettica io-mondo, soggettivo-oggettivo; comportano uno spostamento sul piano del linguaggio, della cultura intesa come sommatoria di comunità parlanti.
Il progetto del museo di Lucania Lab, il secondo livello museale, è in questi pensieri che trova la sua origine.
Second Life è per il momento l’unico strumento che mi permette di ragionare in questi termini e di sperimentare lo spazio come scrittura tridimensionale. E non solo come pura teoria ma come virtualità realizzata. Per questo lo sento ancora fresco. La relazione con gli altri Social Network rafforza questo pensiero di spazializzazione del testo.
Ma ne parlerò poi.
A Roma il 6 giugno, al convegno Ars in Ara, parlerò di queste cose e di altre (convegno ARS in ARA Second Life a cura di Marina Bellini e Paolo Valente).
racconto del vagare per forza. appunti visivi di un viaggio mai fatto. altri mondi
Maggio 15, 2009
Cartolina dell’aver trovato una nuova casa.
Sono tempi nei quali ci si deve muovere. Qualcuno potrebbe domandarsi: “perche’ gli uomini vanno girovagando invece di restarsene fermi?”
E chi sta fermo potrebbe chiedersi: “ma cosa vogliono questi da noi?”
Comunque sia: quanto movimento! E quanto mi piace: muoversi fa bene.
Ma dove risiede tanto affanno, tanta irrequitezza. E cosa spinge poi, una volta giunti a destinazione a colonizzare, a fondare e a rifondare la propria dimora, i propri simboli?
Ci sono due tendenze: la prima e’ quella di girovagare continuamente, caratteristica ereditata dai primi vegetariani che pascolavano ampi spazi territoriali in cerca sempre di nuove colture delle quali alimentarsi. La seconda tendenza e’ legata al bisogno emotivo, se non biologico, di avere una base, una caverna, un porto, una tana e un territorio, un possedimento. E’ qualcosa che abbiamo in comune con i carnivori. Queste due aspirazioni ce le portiamo dentro e tutte le popolazioni della terra hanno in qualche modo scelto se vivere stanziali, fondando civilta’, fondando citta’ e strutturando i territori e altre che hanno scelto la nazione mondo, la liberta’ di movimento che permette e richiede il nomadismo.
Le “civilta’” hanno sempre identificato nel nomade un vivere randagio, vagabondo, selvaggio. I nomadi erranti hanno per forza di cose una influenza disgregatrice, ma il biasimo di cui sono oggetto è sproporzionato rispetto al danno materiale che causano. “I nomadi sono esclusi, sono dei reietti. Caino “erro’ sulla superficie della terra” scrive Bruce Chatwin, l’irrequieto per eccellenza.
Chatwin si domanda spesso “Perche’ errare?”. E fa rispondere a persone come Pascal il quale diceva che l’infelicita’ dell’uomo proviene da una causa sola, non sapersene star quieto in una stanza. Ha bisogno di conoscere sempre nuovi spazi e di farli propri quanto meno interiormenete.
Per Montaigne il viaggio era un utile esercizio, in quanto la mente e’ stimolata di continuo dall’osservazione di cose note e sconosciute.
Così è nato il turismo, come una cura verso l’angoscia territoriale di chi abita un luogo.
Ma il movimento e la ricerca di un luogo nuovo da rifondare o da attraversare non e’ sempre spinta da necessità interiori o di conoscenza di nuove frontiere.
Popolazioni che fino a pochi anni fa erano vissute in rapporto diretto con le risorse dall’habitat circostante (nomadi, cacciatori-raccoglitori, semisedentari,gruppi tribali con una economia di sussistenza e secoli di adattamento ambientale) vengono travolti da cause esterne, guerre, disastri ecologici e provvedimenti autoritari. Questa condizione rende lo spazio sempre meno appartenente a chi lo abita. E questo porta a doversene andare.
Franco La Cecla nel suo libro Mente Locale scrive che “… la mobilita’ volontaria o forzata dell’ultimo decennio porta un impronta che non e’ quella del muoversi dei nomadi, ma del vagare di chi si e’ perduto.”
Come aveva intuito Calvino le città sono divenute invisibili agli stessi abitanti. Spesso ad un movimento segue un atto di fondazione.
La cinematografia di genere, la fantascienza, ci ha gia’ proposto il tema della fondazione.
Ora non si parla piu’ di fantascienza: l’orizzonte di una “fondazione marziana” non e’ cosa remota e se si pensa al tempo che viene speso per realizzare opere pubbliche come ponti e strade forse vedremo prima porre piede d’uomo su marte rispetto ad una corsa a piedi tra Scilla e Cariddi.

Un mondo altro. “C’è vita su Marte?”
Il primo desiderio sara’ quello di fondare, costruire una nuova citta’. Ma come sara’ fatta? Saremo sempre nomadi o resteremo stanziali? Comunque sia e sarà fatta è importante che ne saremo gli autori, non come architetti, ma come abitanti.
Ci siamo dimenticati di essere autori della nostra geografia.
Perche’ al di là dello stare fermi o del muoversi, abitare stanziali o abitare nomadi, essere turisti o viaggiatori, l’abitare stesso è un godimento del mondo, un soddisfarsi di esso avendone bisogno.

Quando si lascia. Rovine
Abitare significa rendersi conto. Rendersi conto di cosa? Viviamo troppo e solo di percezioni. Questo non basta. Percorrere il mondo, solcarlo in tutti sensi non come una corsa senza fine, non come il solo pretesto di una accumulazione disperante, né come illusione di una conquista, “… ma come ritrovamento di un senso, percezione di una scrittura terrestre, di una geografia di cui abbiamo dimenticato di esserne gli autori” dice George Perec in Specie di spazi.
Scusate, ora devo andare.
(Bologna, 2001)
access to tools. sincronicità delle immagini? Gemini, WEC, iPhone e…
Maggio 10, 2009


“Sempre, di fronte a un’immagine, ci troviamo di fronte al tempo”
Didi-Huberman*
Dopo la pubblicazione delle foto NASA eseguita dalla Gemini nei suoi vari viaggi degli anni ‘60, l’immagine del pianeta – la faccia della terra – è stata riconosciuta come una immagine intorno alla quale si sarebbero costruite delle storie. Infatti non è una immagine semplicemente dall’alto ma è lo sguardo dell’uomo che si guarda e si rispecchia riconoscendosi in una moltitudine. Non è una immagine semplicemente tecnologica in quanto satellitare ma è una immagine che riassume in se tutte le tecnologie che alla fine si traducono in visioni o meglio, che traducono visioni. Il pianeta, la sua immagine ci ricorda che è innazitutto … “the ball of being”.
Stewart Brand è stato certamente tra i primi a pensare che l’immagine del pianeta terra potesse diventare un simbolo potente, evocante tutte le nuove strategie adattabili da parte degli individui per abitare il pianeta secondo nuovi modelli. Sicuramente fu il primo ad usarne la potenza visiva per farlo diventare la copertina di una rivista-manifesto “… for people escaping “to the land”. Escaping to the land ha un significato preciso negli stati uniti. Un esempio: gli artisti lasciano le gallerie d’arte e i pennelli… “Instead of using paintbrush to make his art, Robert Morris would like to use a bulldozer”** dirà Robert Smithson nel 1967.
Così come la nuova fotografia di paesaggio comincia a farsi con i satelliti e il nuovo artista non si firma Alinari ma NASA (oggi GoogleEarth).
E’ il 1968 e la foto ripresa dalla Gemini diventa la copertina del Whole Earth Catalogue, rivista simbolo della controcultura americana; ancora il WEC oggi è citato, copiato, ricercato e collezionato ed è un elemento con il quale fare i conti nella comunicazione delle idee e delle nuove tecnologie. Infatti molti lo riconoscono come il modello del World Wide Web.
Non è un caso se Steve Jobs cita Stewart Brand e la sua copertina nel 2005 in un suo celebre discorso alla Stanford University (qui il video da Youtube). Sono cose già viste e queste cose suonano già vecchie ma rivedere oggi il touchscreen dell’ iPhone è un poco come riannodare un filo che corre dagli anni ‘60.
Steve Jobs, per primo era un lettore del WEC, un fun. Forse è lo stesso caso che in un certo senso continua a tenere insieme l’immagine del mondo, tutto ciò che contiene e le strategie degli individui abitanti il pianeta.
*Geoges Didi-Huberman, Storia dell’Arte e Anacronismo delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2007
** Jeffrey Kastner, Brian Wallis, Land and environmental art, Phaidon, London, 1998
new good idea. romanzo collettivo per il materacamp
Maggio 2, 2009
Nel pomeriggio di oggi, 2 maggio, al Materacamp interverrà Lorenza Colicigno aka Azzurra Collas per raccontare cosa sta accadendo con il Romanzo Collettivo che prende il nome da un lavoro che ha già compiuto un anno e che altre volte si è raccontato in questo Blog.
Quello di oggi è un nuovo traguardo.
E’ cresciuto, si è trasformato, è cambiato e sempre in una chiave creativa: ogni cambiamento del progetto della torre si accompagna con la stesura del romanzo. La chiusura di un’isola, la demolizione di una torre, il nuovo terraforming di Cyberlandia e la conseguente fondazione della versione Chrome sono elementi che influenzano la scirttura. Non si parla di arte di Second Life ma di esperienza di un mondo – più mondi – che si manifesta in forma di costruzione e di scrittura: un romanzo tridimensionale.

Concept Book Romanzo Collettivo aperto e srotolato
Ancora meglio direi che è una “procedura”: un continuo rimando di atti di costruzione, di momenti di paragone con gli altri, di descrizione e di messa in ruolo del proprio agire in relazione agli altri e infine è sempre e comunque un progetto che sta su una soglia tra la rete e gli spazi esterni alla rete, che li sovrappone (per tacere della realtà aumentata).
Non ci saremo noi a fianco di Azzurra, la curatrice del romanzo, ma ci srà il concept book che contiene tutte le idee e gli attuali scrittori: Deneb, Margye, Susy, Asian, MacEwan, AtmaXenia, Aldous, Piega, Sunrise, Azzurra e tutti quelli che lo sostengono.
Credo che questo come tanti altri sia un modo per costruire prima di tutto un paesaggio connettivo, un progetto che si costruisce unendo intelligenze e “spalmandosi” su tutti i social-network, incorporandoli nella scrittura e usandoli per la diffusione; espressione di una nuova attitudine non gelosa. Non una idea rinchiusa in una sola scatoletta, ma un continuo andare e venire, fatto di verifiche, di proposte e contaminazioni



Concept Book Romanzo Collettivo
il pomeriggio di un fotografo… e di un paese. osservare. paragonare. pensare
Maggio 1, 2009





Possiedo una serie di scatole che con il tempo si sono riempite di oggetti, cose immagini: testimoni. Questi testimoni non dicono nulla se lasciati da soli, ma dietro ad una osservazione e ad una attività di confronto, di paragone fanno scattare il pensiero. Un esempio: queste banalissime cartoline del Lago di Misurina. Prese una ad una non dicono un gran che. Raccolte nel corso del tempo (soggetto: le Alpi) e messe dentro la scatole non hanno prodotto nulla fino a quando non le ho messe una a fianco dell’altra e da lì scatta una indagine sui particolari, sugli indizi che rendono differenti le foto ma allo stesso tempo uguali. Differenti in quanto scatti unici, ma uguali perché scattati dalla stessa persona, nella stessa giornata (non tutte ma quasi).
Non è il classico caso del Deja vue e cioè di come cambiano le cose negli anni. Semmai è un pensiero sulla vita delle immagini stesse, di come queste sono capaci di suggerire sempre delle storie nel momento in cui si richiamano tra loro, nel momento in cui ci sono come delle sentinelle che richiamano la nostra attenzione e producono senso.
Ogni immagine ha una storia a sé e produce un proprio mondo. Spesso le immagini sono rumori di fondo del nostro vivere. Raramente, come in questo caso, sono capaci di ricostruirsi e ricomporsi nel tempo e produrre non più un solo rumore bianco ma un tema che passa da una immagine all’altra. Alcuni di questi indizi parlano dell’attività del paese, dei suoi tempi. Improvvisamente compaiono panni stesi, lenzuola. Se li conto potrei tentare di indovinare quante persone sono presenti nell’albergo. I panni stesi dietro l’albergo che si ripetono in alcune immagini testimoniano inoltre che le fotografie sono state scattate nello stesso giorno. Confermate dalla presenza di barche, auto e altri dettagli.

dettaglio
Altri dettagli mi suggeriscono la presenza di una passeggiata che sale dal lago. Osservo le ombre che si spostano e mi chiedo quanto tempo è passato tra uno scatto e l’altro. Era da solo il fotografo?
Quelle che sembrano pure apparenze si ricompongono in tessuti di storia.
Questo insieme di foto è quindi una storia, un mondo in sé rimasto sospeso.
Per non citare Didi-Huberman che sul tema delle immagini è davvero una autorità assoluta, cito Nelson Goodman perché mi interessa vedere questa serie come la rappresentazione di un mondo che si è cristallizzato in un istante lungo un pomeriggio, come fosse un fotoromanzo muto. Nel suo volume La struttura dell’apparenza dice: “il mondo non è, in se stesso, in un modo piuttosto che in un altro, e nemmeno noi. La sua struttura dipende dai modi in cui lo consideriamo e da ciò che facciamo. E ciò che facciamo, in quanto esseri umani è parlare e pensare, costruire ed agire e interagire”.
Questo post mi è nato da una chicchierata con Mario, sul guardare ostinatamente le cose, ripetutamente. Ci sono cose che guardiamo mille e mille volte e sono sempre capaci di farci nascere un pensiero, una emozione. I volti del Rinascimento, del Botticelli ad esempio o di Raffello. In altri casi… ma questa è un’altra storia.




